CINECRITICA

Le luci si spengono e... il sogno inizia! Benvenuti ad un blog di forti passioni cinefile e tentativi critici

BOX OFFICE: FRATELLO SCAMARCIO DI NUOVO IN VETTA AL BOTTEGHINO



Non passa un mese senza che il divo Riccardo Scamarcio non sia in testa alla classifica dei più visti. Dopo manuale d’amore 2, e ho voglia di te porta al successo anche mio fratello è figlio unico, film di Daniele Lucchetti dall’argomento decisamente più serio e impegnato rispetto agli altri due. Il suo incasso è di 1.405.465 Euro, che basta al film per essere il più visto in questo weekend, un successo, vista anche la distribuzione in 500 sale (!), dovuto solamente alla presenza dell’attore.

Altre due novità nel resto del podio, con svalvolati on the road secondo che si porta a casa 914.467 Euro e la miglior media per sala ( comunque molto bassa, 3000 euro circa ), preferito a the good sheperd, che ottiene appena 717.735 Euro, un po’ poco per un film con quel cast, seppur la lunghezza e l’argomento decisamente poco estivo avranno influito.

Calmo il resto della top ten, con Mr Bean ( quarto ) che incassa altri 420.273 Euro e raggiunge un totale di 4.541.904 Euro. Fiacchissimo l’esordio di sunshine che porta a casa appena 314.053 Euro in 238 sale, a dimostrazione che la fantasienza è un genere che non fa più incasso come un tempo. Poi troviamo perfect stranger in caduta libera, che riesce a superare faticosamente il milione di euro, le vite degli altri che raggiune 1.301.294 Euro, ( un ottimo risultato e un’ottima tenuta nel tempo ), e la nuova entrata shooter con 156.414 Euro. Infine 300 e the illusionist.

Nel complesso il caldo continua a vincere sul cinema, nonostante questa settimana l’offerta fosse decisamente corposa. L’agognata estate di blockbuster è in pericolo? Si spera che i distributori non siano ancora in tempo a spostare le uscite di giugno e luglio.

Intanto ieri è uscito the number 23, thriller con Jim Carrey che potrebbe trarre qualche vantaggio dalla festa del 25 aprile, mentre la prossima settimana con il ponte del primo maggio stranamente non si è scelto di puntare su uscite particolarmente forti, scelta strana dato che l’attesissimo spider man 3 esce ( in 900 sale ), solo l’ultimo giorno, di martedì 1. Escono quindi epic movie, l’horror d’oltralpe them e voce del verbo amore. Non aspettiamoci certo grandi numeri!

 

 

Classifica fiacca anche oltreoceano, dove rimane in testa disturbia incassando altri 13 milioni ( flessione del 40% e totale di 40m ), seguito dalla novità fracture con Antony Hopkins e da blades of glory che raggiunge i 100 milioni di totale. Deludente anche esordio dell’horror vacancy al quarto posto, mentre dopo meet the robinson ( quinto ), che continua a perdurare come da copione per un film di animazione, troviamo hot fuzz, commedia parodistica dagli autori di shaun of the dead ( l’alba dei morti dementi ), che, zitto zitto, incassa 5 milioni con la miglior media di questo fine settimana. Disastroso invece, in the land of women con Meg Ryan che entra solo all’ottavo posto, brutto ritorno per l’ex ragazza della porta accanto…

 

 


SUNSHINE

In missione ( probabilmente suicida ) per salvare il sole, e con esso l’umanità. Fantascienza sovraccarica, visionaria, e citazionistica. Danny Boyle si accosta al genere con un approccio umanista e filosofico, e fa centro

G.B. 2006  regia Danny Boyle cast Cillian Murphy, Chris Evans, Rose Byrne

 

Da quindici anni ormai, il sole si sta spegnendo inesorabilmente. Una navicella spaziale con un equipaggio di otto uomini viene mandata in direzione del sole perchè possa - tramite un dispositivo - "riaccendere" l'astro. Durante il viaggio però, qualcosa va storto, ed inoltre la navicella capta dei misteriosi segnali di un'altra navicella scomparsa sette anni prima...

Il sole. E quella mistura di fascinazione e terrore, amore e odio che ogni piccolo essere impotente prova nei suoi confronti. L’essere umano ne è reso schiavo, ma lo ama incondizionatamente perché esso è il cuore pulsante di ogni vita. Il nuovo visionario film di fantascienza del britannico Danny Boyle, regista che salta impassibilmente dall’horror alla commedia, dal noir alle fiabe di formazione mantenendo sempre un suo stile peculiare, fa sue entrambe le anime: quella della paura, dell’angoscia, del senso di impotenza nei confronti di qualcosa la cui grandezza e potenza vanno al di là di qualsiasi umana comprensione, ma anche quella della speranza e della lotta per la vita.

La spedizione di otto uomini incaricati di rimettere in moto il cuore del mondo è quindi un duplice viaggio verso la scoperta: quella di una fine e di un nuovo inizio, di una rinuncia individuale, ( il sacrificio ), per uno scopo universale. Come nei precedenti lavori del regista c’è un gruppo eterogeneo, le cui dinamiche interne sono ambigue e difficili da cogliere, interpreatato da un cast non certo in stato di grazia, le cui prove attoriali sono nascoste dalla regia. Boyle frulla tutto il meglio delle fanta-suggestioni cinematografiche levigandole con uno stile personale e ricercato, iperrealistico e visionario nell’uso di luci intense e suoni che scuotono e avvolgono, creando notevoli picchi tensivi ed emotivi e rendendolo prima di tutto una stupenda esperienza sensoriale, a metà tra la fantascienza filosofica e contemplativa di Tarkovskij e Kubrick e il ritmo vorticoso di un blockbuster d’autore. Solo quando si avvicina il finale, il visivo eccede  e rischia di soffocare il film con la sua ipertrofia. La premiata coppia Boyle-Garland, ( 28 giorni dopo ) non rinuncia alla tensione narrativa tipica delle space mission del cinema contemporaneo, non si dimentica della lezione di Ridley Scott in alien ,dove l’angoscia e la tensione derivano prima di tutto da un fattore architettonico-spaziale, e dei raffronti uomo-macchina-universo di 2001, ma nemmeno delle immagini ad ampio respiro, nonostante il budget relativamente contenuto, con una sceneggiatura che passa per alcune delle funzioni del genere ( il guasto alla navetta, i contrasti interni all’equipaggio, il sacrificio obbligato ) senza risultare però uno sterile gioco citazionistico. Pesca quindi dall’immaginario costituito, come inevitabile, ma rimodellizzza, rinvigorendo questo coktail con uno stile lucido, lirico e contemplativo

Sul livello semantico più che un elogio alla tecnica sunshine è un inno alla vita e alla speranza contro proselitismi evangelici ed escatologie sovraimposte da dogmi ideologici. Osserva l’uomo e la sua infinita piccolezza di fronte alla verità, al cospetto di qualcosa che si può guardare solo per poco senza rimanerne abbagliati, e contrappone la luce e lo sguardo, simboli di ragione e verità, al buio e all’oscuritò, simbolo invece di cecità e oppressione.  Non c’è solo l’idea un po’ labile che l’uomo possa vincere il suo destino sempre e comunque, nemmeno la celebrazione gratuita e buonista dell’eroe di turno, piuttosto la soggezione davanti all’ignoto, ad un Dio che trascende ogni fede.




THE NUMBER 23

Delude il nuovo thriller di Joel Schumacher, incapace di sfruttare in modo proficuo l’elemento ossessivo e imbrigliato in un’improbabile trama gialla



Usa 2007, Regia Joel Schumacher cast Jim Carrey, Virginia Madsen, Logarn Lerman, Danny Huston

Walter Sparrow è un onesto accalappiacani che, per una beffarda conseguenza del destino, si ritrova a leggere il libro di un autore misterioso che sembra raccontare molti dettagli della sua vita legati al numero 23. Il protagonista rimane quindi intrappolato da un vortice di follia e ossessione numerologica rischiando di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia

23, 7,. 13, 17, 666,…. Sono tanti i numeri ricorrenti della storia, a cui viene associato un significato particolare dalla superstizione o per il semplice fatto che essi si possano trovate in più date importanti. IL fascino del 23 sta nel fatto che esso si possa ritrovare, con un po’ di fantasia, in molti eventi tragici che hanno segnato la storia: l’ora della bomba su Hiroshima, la data dell’11-09, la morte di Kurt Cobain, il naufragio del titanic, e così via. Il problema è che questo giochino volendo si potrebbe ripetere con tanti altri numeri, e questo rappresenta uno dei limiti principali del film di Joel Schumacher, nel quale non è ben sfruttato il confine dubbio tra semplici coincidenze o reali legami metafisici. E’ subito messo in chiaro, infatti, che quella del protagonista è, appunto, solo un’ossessione che lo spinge a scovare ovunque quel numero perché è lui che lo vuole trovare, e in qualche modo, con calcoli sempre più assurdi e remoti, lo rintraccia nei colori, nei nomi, nelle date, e così via. Il fascino del numero ricorrente viene quindi subito banalizzato,  essendo chiaro che la numerologia è solo un McGuffin, un pretesto per parlare di ben altre cose, e il fatidico 23 si limita fin dai titoli di testa ad essere il protagonista di un’elenco di date e calcoli da voyeurismo matematico fine a se’ stesso

Nella parte iniziale il film semina dubbi e indizi, - non tutti raccolti – e si fa gioco metanarrativo che, come in vero come la finzione, si basa sull’intrecciarsi tra mondo del reale e mondo del racconto e sul progressivo assottigliarsi dei loro rispettivi confini, coadiuviato da suggestioni pop-fumettistiche di  immagini che iconizzano la “storia nella storia” con debrayage patinati dall’atmosfera noir e un po’ di maniera alla syn city, elemento inusuale e originale nel contestso filmico. Ma anche questo giochino si rivela ben presto fine a se’ stesso; piuttosto che concentrarsi su una degenerazione psicologica e maniacale del suo protagonista e di come l’orrore arrivi dall’interno, seguendo l’esempio di illustri classici del cinema quali shining ma anche validi film recenti come frialty o l’uomo senza sonno, il film sceglie una strada molto più banale e rassicurante, quella della consueta caccia all’indizio volta a sciogliere tutti i nodi irrisolti e scoprire i colpevoli, reali o fittizzi. Manca quindi l’elemento perturbante che potrebbe fare dei film un opera diversa, dal momento che non si è stimolati al dubbio, non si gioca con l’identificazione, ed lo svolgimento è meccanico e programmatico. Il colpo basso è poi cercato solo nel finale ma arriva troppo tardi, risultando innaturale e macchinoso perchè rincorre la solita odiosa logica della spiegazione forzata, con una serie di colpi di scena e finali multipli telefonatissimi che finiscono per parodiare involontariamente alcune soluzioni tipiche del noir, ed una conclusione delirante, melodrammatica e persino moralista. Fortunatamente Jim Carrey limita al minimo le smorfie evitando di trasformarsi nel personaggio comico che l’ha reso famoso e dando una prova tutto sommato convincente, mentre Virginia Madsen è semplicemente risibile

Schumacher quindi delude anche con il thriller, genere che finora gli aveva regalato discreta fortuna, con i più che buoni un giorno di oridinaria follia e in linea con l’assassino, sprecando un incipt intrigante con uno sviluppo narrativo farragginoso e dozzinale. Al massimo da affittare in dvd in una serata di inedia.


THE GOOD SHEPERD - L'OMBRA DEL POTERE

De Niro racconta la Cia e i suoi segreti ma soprattutto gli uomini che vi stanno dietro. Con un gran cast e una confezione impeccabile






( Usa, 2006 ) Regia Robert De Niro cast Matt Damon, Angelina Jolie, Billy Crudup, Alec Baldwin, John Turturro

Storia della CIA dalla sua fondazione nel 1947 fino alla "Baia dei Porci", vista dagli occhi di Edward Wilson. Un “ buon pastore” che vi si arruola da giovane e assiste a tutti gli eventi più importanti della storia di quel periodo.

The good sheperd è un progetto a lungo inseguito e fortemente voluto dal suo autore, che potrebbe essere la prima parte di una nuova trilogia sulla storia dell’agenzia più segreta del mondo. Erich Roth, ottimo sceneggiatore dello splendido munich, come per il film di Steven Spielberg sceglie una prospettiva centrale per raccontarla, partendo da un personaggio fittizio chiamato Edward Wilson che dovrebbe rispecchiare il reale fondatore della Cia, e con la sua prospettiva orienta i caratteri generali

Uno script che fa dell’equilibrio il suo punto di forza, capace di giostrarsi tra la storia privata del suo protagonista, gli intrighi politici e una propettiva storica più generalista, richiamata da filmati di repertorio non troppo invadenti, che parte intelligentemente da un flashforward portando avanti due fili temporali, quello principale e quello che svela mano a mano il “tradimento” della Baia dei Porci, primo vero tonfo della Cia. Quello che ne esce, coadiuviato dalla regia di De Niro, è un film elegante, con la fotografia lucida e sgranata di Robert RIchardson ( Platoon, Wall Street, Casino... ), tradizionale e senza prese di posizione, poco coraggioso e per nulla politico, scegliendo piuttosto che una denuncia esplicita un racconto le cui conclusioni spettano allo spettatore, ma non per questo anonimo. Ma la geografia di doppigiochi e tradimenti da spy-movie, seppur gestita con grande padronanza e senza sfociare mai nell’incomprensibile nonostante la complessità e l’osticità di alcuni passaggi, conta comunque meno, dal punto di vista narrativo ma anche da quello spettatoriale, del quadro generale che ne esce fuori, quello di un paese che poggia le fondamenta su un tessuto associazionistico  che spesso si mangia i rapporti familiari e, come in un libro di Joh Le Carré, quello di uomini costretti, volenti o nolenti, a vivere come fantasmi, col passo appesantito da fardelli difficili da sostenere e circondati da persone care che vedono man mano allontanarsi da loro, in nome di un ideale che gradualmente cede il passo alla meccanicità e al sistematicismo, fino alla definitiva perdita dell’innocenza. 

Misurata e convincente l’interpretazione di Matt Damon, più che buona in generale quella del folto cast che sembra preso in prestito da un film di Scorsese, così come alcuni dialoghi e determinati tagli registici. Un film equilibrato, convincente più da ritratto umano che da thriller, posato ma non fiacco, lungo ma non estenuante, che culmina in crescendo mantenendo sempre una pacatezza di toni che si traduce in fredezza stilistica solo se ci si ferma alla confezione, come il suo protagonista, che non fa trasaparire nessuna emozione ma emoziona lo stesso con la sua storia.



 


CANNES 2007: UNA PALMA DAVVERO D'ORO

Una selezione semplicemente da urlo. Sulla carta, la sezione concorso del 60° festival di Cannes, da poco ufficializzata, potrebbe essere davvero molto forte, con i film di Wong Kai War, fratelli Coen, David Fincher, Emir Kurstika e Gus Van Sant, solo per citare i maggiori. E Abel Ferrara nelle sezione di mezzanotte

A sorpresa, non sarà in gara invece Michael Moore con il suo nuovo sicko, sulla malasanità farmaceutica americana. Fuori concorso anche Ocean’s thirteen e l’atteso a mighty heart di Michael Winterbotton.

Niente da fare per gli italiani, solo un certain regard per mio fratello è figlio unico di Lucchetti, in uscita da noi domani.

Fuori dal  festival invece i nuovi Coppola, Cronenberg, Haneke, Allen, Haynes, e Haggis. Ma d’altra parte con questi film Cannes avrebbe “ ammazzato” tutti gli altri festival lasciando almeno così qualche speranza a Venezia

Per farci ulteriormente del male, andiamo a scoprire qualcosa di più sui film più attesi in concorso

 

MY BLUEBERRY NIGHT DI Wong kar-wai
Cast incredibile per il nuovo film del regista di “ in the mood for love”, con Natalie Portman, Jude Law, david Strathairn, Tim Roth, Rachel Weisz, Nora Johnes.
La storia è quella di una ragazza che durante un viaggio “ dell’anima”, incontrerà tanti personaggi bizzarri a tenerle compagnia.

ZODIAC di David Fincher
Credo che non abbia bisogno di presentazioni. Nonostante il flop negli Usa è uno dei film più attesi del momento, che fortunatamente uscirà da noi subito dopo il festival

 
NO COUNTRY FOR OLD MEN di Joel & Ethan Coen
Altro film dal cast pazzesco. I Coen tornano al thriller dopo ladykillers e minacciano di tornare ai loro più alti livelli. La trama narra di un cacciatore che si trova invischiato con un traffico di eroina. Con Javier Bardem, Tommy Lee Jones, e il ritorno di Woody Harrelson. Da un romanzo di Corman McCarthy

 
GO GO TALES DI Abel Ferrara
Ambientato in un night club di Manhattan, un tutto in una notte. Ray Ruby, proprietario del locale deve affrontare la proprietaria del locale, stanca di non ricevere l’affitto, e deve saldare i suoi debiti.
Con Bob Hoskin, Willem Dafoe, Matthew Modine, Asia Argento. Anche Abel non scherza


L’elenco completo

 

 

Concorso

 

My Blueberry Nights - Wong Kar-way

Une Vieille Maîtresse - Catherine Breillat

Les Chansons d'amour - Christophe Honore's

Le Scaphandre et le papillon - Julian Schnabel

Yasamin kiyisinda - Fatih Akin

No Country for Old Men - Ethan Coen / Joel Coen
Zodiac - David Fincher

We Own The Night - James Gray

Mogari No Mori - Naomi Kawase

Promise Me This - Emir Kusturica

Secret Sunshine - Lee Chang-Dong

4 Months, 3 Weeks And 2 Days - Cristian Mungiu

Tehilim - Raphael Nadjari

Silent Light - Carlos Reygadas

Persepolis - Marjane Satrapi / Vincent Paronnaud

Import/Export - Ulrich Seidl

Alexandra - Alexander Sokurov

Death Proof - Quentin Tarantino

The Man From London - Bela Tarr

Paranoid Park - Gus Van Sant
The Banishment - Andrey Zvyagintsev

 

Fuori Concorso
Sicko - Michael Moore
Oceans Thirteen - Steven Soderbergh
A Mighty Heart - Michael Winterbottom

 

Film di chiusura
The Age Of Darkness - Denis Arcand

 

Un Certain Regard

Calle Santa Fe di Carmen Castillo
Munyurangabo di Lee Isaac Chung
Night Train di Yinan Diao
El Bano Del Papa di Enrique Fernandes and Cesar Charlone
Bikur Hatizmoret di Eran Kolirin
Mister Lonely di Harmony Korine
Magnus di Kadri Kousaar
Mang Shan di Yang Li
Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti
California Dreamin (Nesfarsit) di Crisitan Nemescu
La Soledad di Jaime Rosales
Am Ende Kommen Touristen di Robert Thalheim
Kuaile Gongchang di Ekachai Uekrongtham
Le Rêve de la nuit d'avant di Valeria Bruni-Tedeschi
Et Toi, t'es sur quoi ? di Lola Doillon
L'Avocat de la terreur di Barbet Schroeder
Les Pieuvres di Celine Sciamma

 

L'ULTIMO INQUISITORE

Un kolossal arbitrario e provocatorio sulle “ puttane” della storia. Che non convince del tutto, nonostante un grande cast

 

Cast Javier Bardem,. Natalie Portman, Stellan Skarsgard, Randy Quaid, MIchael Lonsdale

Spagna 1792: la Musa del pittore Goya, molto aprezzato a corte, viene ingiustamente imprigionata e accusata di giudaesimo, Durante la prigionia fratello Lorenzo, stimato inquisitore, abuserà di lei, ma ben presto le loro storie verranno cambiate dall’imminente rivoluzione.

8 anni. Tanto è passato dal ritratto umano di Charlie Kaufman. Il regista ceco Forman, ricordando di essersi già occupato di un grande artista diventato sordo, passa alla pittura con Goya e i suoi fantasmi, un progetto che inseguiva da molto tempo. I fantasmi sono quelli che solcano la vita del pittore, uomo che nel film non ci è dato di conoscere veramente,a partire dalla sua splendida musa, accusata di stregoneria e mai processata, vittima innocente dell’inquisizione spagnola

Per una volta è il titolo italiano ad essere più pertinente, seppur privato di qualsivoglia fascino e banalizzante, perché il vero “ eroe” di questa vicenda è l’inquisitore Lorenzo, carnefice-vittima di rivoluzioni e controrivoluzioni, prima  private e poi pubbliche. Il pittore spagnolo rimane quindi un parziale soggetto osservatore, testimone passivo di rigurgiti rivoluzionari che sovvertono i ruoli ma non le gerarchie. Il film di Forman parte delineando personaggi che poi si perdono per strada, pare indeciso sul suo focus, ne’ biografico ne’ tantomento intimista, frantumato su troppi punti di vista senza che nessuno riceva la giusta attenzione, e sconclusionato nei suoi numerosi stravolgimenti finali. Le vicende della povera Ines, del suo rapporto con il pittore e con il suo carnefce-salvatore, per non parlare di Goya stesso, personaggio forse volutamente banalizzato, vengono ben presto travolte e soverchiate dalla storia la S maiuscola, da scene di massa di un kolossal storico che sembra più preoccupato di mettere in scena un quadro di Goya che rivelarne i contenuti e rimangono in superficie, cedendo il passo all’affascinante ed estremamente accurata ricostruzione storica, perfetta nei costumi, nelle scenografie e nella colonna sonora, quest’ultima che segue la pellicola passo per passo con le giuste sottolineature: angosciosa e demoniaca quella che apre e chiude il film evidenziando dipinti di morti e torture, beffarda e allegra quella che sottolinea momenti di vita di corte. Emergono comunque vampate graffianti di ironia con le quali Forman, con grande bravura, guarda alla storia come un tugurio di prostitute, metaforiche e non, dove sono i più coerenti ad essere sconfitti, ritraendo ambienti grottescamente ingessati solcati da ricchi stupidi e governanti ignoranti e autocompiaciuti, ma non risparmia anche le masse visti come gusci vuoti accecati sempre disposti ad inneggiare all’ennesima strage e all’ennesimo rovesciamento di poteri, e dipinge orrori e miserie con fare burlesco ma intenso aiutandosi con le opere del grande pittore che fungono da guida figurativa.

Se ben sappiamo che un comparto tecnico da urlo non basta a fare un bel film si può dire che se non fosse per le ottime interpretazioni di Javier Bardem, Natalie Portman, in tre ruoli diversi, e quella discreta di Skarsgard, senza contare una generale cura per i dettagli e una regia a tratti molto buona, staremo parlando di un film da dimenticare, sconclusionato e superficiale, cosa anche in parte vera, ma ci sono casi nel cinema in cui basta anche qualche piccolo dettaglio per riconoscere un regista che anni fa girò grandi film come amadeus e qualcuno volò sul nido del cuculo, basti ad esempio la splendida sequenza finale

 



BOX OFFICE: LA CATASTROFE SI RIPETE




Botteghino in netta discesa, a causa della carenza di uscite interessanti ma soprattutto per il bel sole di domenica pomeriggio, giornata che ha visto un notevole calo rispetto a venerdì e sabato.

Per la seconda volta Mr Bean è primo in classifica, incassa un altro milione di euro e sfiora i 4 totali. Potrebbe raggiungere la cifra di 5-6 milioni, comunque  molto meno del primo ( ma sono passati dieci anni ). E’ un flop perfect stranger, come del resto negli Usa, solo 700 mila euro e media di 2500. Nonostante questo il film con Bruce Willis è secondo, a causa di una resto della classifica decisamente poco interessante. Troviamo infatti di seguito l’illusionista, a fatica verso i due milioni, 300 che raggiunge finalmente i dieci totali e la new entry tutte le donne della mia vita con un risultato deludente, come l’ultimo inquisitore, ottavo con media di 1600 euro, nonostante il buon lavoro promozionale della Medusa che l’ha distribuito in 200 sale. Ma sono tutte le uscite di questa settimana a registrare un andamento mediocre, come last minute Marocco decimo con la peggior media per sala, nonostante la presenza di Nicola Vaporidis e Valerio Mastandrea. Da segnalare l’ottimo totale di il 7 e l’8, il piccolo fenomeno di Ficarra e Picone, cresciuto fino a 7 milioni di euro. Ma anche centochiodi sta tenendo alla grande, le sale a sua disposizione sono cresciute a 150 e l’incasso potrà arrivare a 2-3 milioni finali. Le vite degli altri infine incassa più dello scorso week end e denota la migliore media per sala.

La prossima settimana escono mio fratello è figlio unico ( 500 sale ), the good sherperd ( 400 ), svalvolati on the road ( che titolo orribile!! ) e sunshine, space-thriller di Danny Boile. Probabile molto movimento nelle posizioni alte, spiagge e sole permettendo

 



Negli Stati Uniti trionfa disturbia, un thriller della Dreamworks con un plot che ricorda vagamente la finestra sul cortile, che incassa la bellezza di 23 milioni battendo i pattinatori di blades of glory che finiscono secondi, sempre più vicini al traguardo dei 100, seguiti dal disneyano meet the robinson che sta reggendo molto bene dopo tre settimane. Al quarto posto c’è il flop di perfect stranger seguito da un altro flop: l’horror pathfinder. Wild hogs tocca incredibilmente i 150 milioni ( esce da noi venerdì con quel titolo impronunciabile ), e 300 i 200 ( perdonate la confusione )

E grinhouse? No, non me lo sono dimenticato, il film di Tarantino-Rodriguez è un vero disastro, cala del 60% al suo secondo weekend e non raggiunge i 20 milioni in dieci giorni. Un fiasco senza precedenti per il regista americano E’ ovvio che ormai le speranze vanno tutte al mercato dvd, visto che la corsa nelle sale per lui sembra già finita…

 

LAVORI IN CORSO





  • Neil Jordan sembra essersi affezionato al genere thriller: dopo the brave one con Jodie Foster dirigierà per la Warner Heart-shaped box. Il film sarà l’adattamento di un romanzo di Joe Hill, figlio di Stephen King, che racconto di un vestito-fantasma acquistato da una rockstar invecchiata e con un debole per il macabro, che ovviamente avrà attese e mortuarie conseguenze
  •  finalmente è tutto pronto per il nuovo kolossal di Baz Luhrmann intitolato australia,con l’inedita coppia Kidman-Jackman, le cui riprese inizieranno tra un mese circa. Il film avrà un costo di 150 milioni circa, davvero niente male per un film epico-romantico come questo, che inizialmente si pensava come un nuovo via col vento. Uscita? Estate 2008
  • Mentre aspettiamo di vedere se il suo transformers lo riporterà ai vertici dei botteghini dopo il flop di the island, Michael Bay sta già pensando al suo nuovo progetto: l’adattamento di 2012: the war of souls, romanzo di Whitley Strieber nel quale si ipotizza, sulla scia di numerose leggende, che il suddetto anno possa essere foriero di enormi cambiamenti spirituali, o persino apocalittici. Curiosità: il libro non è ancora uscito. Da fonte non certa è giunta voce che sempre Bay avrebbe firmato per un possibile adattamento cinematografico del videogame prince of persia, che sarebbe pronto per il 2009.
  •  Genere ormai consolidato e di moda quello del mosaico di storie che si intrecciano: un nuovo esponente della categoria sarà Crossing over di Wayne Kramer ( running scared ), che narrerà ‘esperienza di diversi clandestini diposti a qualsiasi cosa pur di entrare negli Stati Uniti. Notevole il cast: Sean Penn, Harrison Ford e Ray Liotta
  • tutti lo vogliono e tutti lo cercano: il momento di iperattività per Di Caprio non conosce fine: dopo il possibile ritorno con Scorsese l’attore secondo Variety potrebbe tornare con lo sceneggiatore di the departed William Monahan per bofy of lies. Il regista della storia di un agente della CIA che cerca di scoprire i piani segreti di un attentato di AL Quaeda potrebbe essere Ridley Scott. I dubbi sono tanti, soprattutto per un argomento così delicato
  • dopo la guerra dei mondi un altro classico della fantascienza verrà rifatto, o meglio dire “ aggiornato”, si tratta di ultimatum dalla terra, di Robert Wise ( 1951 ), in cui un alieno colto e intellingente sbarca sulla terra per avvertire i terrestri dei pericoli di un’eventuale guerra. Il film starà oggi all’attuale guerra in Iraq come stava allora alla Guerra Fredda? Mah, forse è un po’ tardi. Il regista potrebbe essere quello di l’esorcismo di Emily Rose, Scott Derrikson
  • Stranamente passata inosservato il fatto che il regista Pupi Avati stia  tornando all’horror ( zeder e la casa delle finestre che ridono [ nella foto ] sono tra i suoi migliori film ), intitolato il nascondiglio delle monache, con Laura Morante, Burt Young, Treat Williams e Rita Tushingham. Uscirà il prossimo 9 novembre, una settimana dopo la terza madre

 


LE VITE DEGLI ALTRI

Un dramma robusto e corposo che mette in luce, senza strafare, i paradossi di una società sull’orlo del contrappasso


 

( Germania,  2007 ) 

Regia Florian Henckel Von Donnersmark cast Martina Gedek, Ulrich Muhe, Sebastian Koch, Ulirch Tukur

Un abile e inflessibile agente della Stasi si ritrova a spiare, ascoltare e registrare la vita di George Dreyman, uno scrittore apparentemente rispettato e ammirato dagli alti capi del partito, ma che il ministro della cultura Bruno Hempf cerca di incastrare perché si è invaghito della sua compagna, una bellissima e amata attrice teatrale…

Vivere le vite degli altri e non poter vivere la propria, rifugiarsi dietro ad un paio di cuffie e negare di essere qualcuno, per fare carriera semplicemente “ non facendo”, apparentemente il modo più facile. Come il protagonista di questo bel dramma tedesco, uno dei tanti collaboratori della Stasi, che si riappropria di una vita solo dopo aver lasciato in pace quella altrui, scegliendo una mediocre ma onorevole umiltà al posto di una sporca ascesa sociale.

Non ci poteva essere titolo più azzeccato per l’opera prima di Florian Henckel von Donnersmarck, un film sul guardare senza essere visti, che, con occhio compassionevole verso chi per primo dovrebbe essere il carnefice di turno, indaga i retroscena paradossali dell’agenzia segreta che si propone di difendere il socialismo attraverso il carrierismo e il clientelismo, simbolo di uno stato minato dalle fondamenta del suo stesso cuore ideologico, dove l’ideale come motore portante ha ceduto il passo  alle esigenze dei potenti, dove i  nemici se non ci sono si creano e si inventano, in modo da ottenere la giusta dose di sangue e di talenti gettati al vento che faccia aggiungere le decorazioni sulla spalla di qualche meritorio ufficiale.

Le vite degli altri è un dramma robusto e corposo scritto magistralmente, diretto con compostezza e mestiere, pur senza grandi pretese artistiche, e con personaggi ben scritti, stretti da una scelta obbligata tra carriera e onore, tra il silenzio compiacente e la lotta ideologica, soffocati dall’insostenibile reticolo di mircospie e cimici di un grande fratello onnipresente. Il film è ambientato quasi tutto in interni grigi e intristiti, è possiede un grande equilibrio di scrittura: gli umori e le scelte dei personaggi sono comprensibili nell’ottica di chi è in una comoda posizione e ha bisogno di un severo scossone per riaprire gli occhi o di chi si trova costretto a sacrificare qualcosa per qualcos’altro. E quando la sobrietà diventa eccessivamente monocorde il film di colpo impenna e  si trasforma in un thriller dove il paradosso trasforma una macchina da scrivere nel principale corpo del reato, un crimine costituito dal giustificato dubbio e dall’impegno, che ferisce la prevaricazione con lettere in grado di far sanguinare una società sull’orlo del collasso, per concludersi in modo nostalgico e al contempo speranzoso

Gli si possono perdonare un certo programmaticismo nel gestire gli snodi centrali della storia, qualche didascalismo retorico di troppo, specie nei dialoghi, e un finale un po’ troppo pilotato e forzato anche grazie all’ottimo cast, sul quale spicca un convincente Ulrich Muhe. Bravo anche Sebastian Kock, il nazista di black book.







BOX OFFICE: l'uovo di Pasqua va a Mr Bean. Disastroso grinhouse




Leggero calo degli incassi: con l’arrivo del primo sole primaverile molti italiani hanno preferito il mare alle sale cinematografiche. Per la prima volta dall’inizio del 2007, il film più visto incassa meno di 2 milioni di euro, sintomo di tre mesi di fuoco che si sono ormai conclusi, in vista di un aprile un po’ fiacco, attendendo i colossi di maggio e giugno.

 

Mr Bean’s Holiday è comunque primo, con l’onorevole cifra di 1.700.000 euro e la media per sala di circa 4000. Non un gran risultato sia chiaro, ma almeno dingitoso. Al secondo posto c’è quindi lo spodestato 300, che ottiene un altro milione di euro e raggiunge i nove complessivi, volando verso un quasi certo posto in top ten. Solo terzo the illusionist che non ha la stessa fortuna risconstrata in altri paesi europei, sotto il milione di euro il suo incasso, bassissima la media, appena 2500 euro per sala. Quarto il 7 e l’8, che va ormai per i sette milioni, risultato incredibile per questa piccola commedia, quinto un ponte per Terabithia, il cui calo deciso è sintomatico delle fasulle aspettative create dal trailer. Deludente i segni del male, sesto con una media sotto i 2000 euro, ma la scelta di far uscire un horror a Pasqua è un autolesionistica, reggono benissimo invece i centochiodi di Olmi, già vicinissimi al milione di euro. Discreto ottavo posto del tedesco le vite degli altri, mentre al fondo troviamo norbit, vicinissimo ai 3 milioni totali, e stay alive. La prossima settimana arriva perfect stranger, thriller con Halle Barry e Bruce Willis.

 

Negli States weekend all’insegna dell’enorme delusione di grindhouse, che incassa la miseria di 11 milioni, a fronte di un costo di oltre 80. Si tratta di un flop inspiegabile se non per la lunga durata ( oltre 3 ore ), e le festività pasquali. A questo punto se ancora avessimo dei dubbi su un’eventuale uscita separata nel nostro paese essi sarebbero del tutto risolti.

La commedia sportiva blades of glory continua ad incassare benissimo, sempre prima, con un calo di appena il 30%, secondo sempre i robinson della Disney, terzo Are we done yet con Ice Cube. Solo quarto, appunto, il film di Tarantino e Rodriguez


THE ILLUSIONIST

Edward Norton illusionista vendicatore nella Vienna di fine Ottocento. Onesto, ma stanco e poco ispirato prodotto indipendente del regista-sceneggiatore Neil Burger



( Usa, 2007 )

Regia Neil Burger Cast Edward Norton, Paul Giamatti, Rufus Sewell, Jessica Biel

Eisenhem è un prestigiatore di successo della Vienna del 1800 che incontra durante un’esibizione una donna di nome Sofia, amore adolescenziale negato a causa del differente status sociale, promessa sposa dell’erede al trono. Tra i due si innescherà nuovamente la miccia dell’amore e il principe, accortosi della cosa, ostacolerà con tutti i mezzi la loro felicit, servendosi di un’agente di polizia a lui fedele

Ovvio e fastidioso quanto volete, ma il paragone con the prestige è inevitabile. Altrettanto ovvio che il possibile confronto è mortificante per il film di Neil Burger, tratto da un libro di  Steven Milhauser. Laddove il film di Christopher Nolan esplorava i territori insidiosi di una riflessione su vita e arte, facendo uso di un montaggio originale ed evocativo, questo illusionist invece ha un andamento piuttosto lineare e prevedibile, risultando per buona parte della sua durata una variazione illusionistica del solito eterno mito romantico alla Tristano e Isotta, ( leggasi storia d’amore impossibile preferibilmente dove il rivale è un principe o giù di li ) per poi concludersi furbescamente come un thriller moderno.

Se la materia narrativa non è quindi molto originale, anche l’adattamento che ne è stato fatto lascia a desiderare, con dei personaggi delineati solo superficialmente, un villain di turno alquanto poco interessante, interpretato da un Rufus Sewell comunque buono, e un discreto Paul Giamatti che interpreta con mestiere ma senza ambiguità un ruolo conteso dal favore dei due avversari, discepolo del principe ma implicitamente simpatizzante dell’illuzionista di Edward Norton; attore, quest’ultimo, che sa scegliere sempre con cura i propri ruoli ma qui non pare particolrmente ispirato e non va oltre una paio di espressioni intense di routine. La confezione è modesta, filologicamente corretta ma stanca, blanda nel ritmo, verbosa e montata in modo fiacco e prevedibile, alla ricerca di una classicità di toni, evocata anche dalla fotografia seppia di Dick Pope, che non trasuda da scenografie accurate ma spente.

Convincono poco poi le svolte finali nella sceneggiatura, che annegano il mistero e le riflessioni sui dualismi razionale-irrazionale, scienza-magia, per non parlare del possible sottotesto classista,  in una conclusione che cerca il consenso forzato dello spettatore, sorvolando su tutti i dettagli incongruenti lasciati irrisolti. Paradossalmente, pur essendo percedente a the prestige, the illusionist da l’impressione di ricercare la sua stessa potenza visiva e immaginifica, appellandosi anche all’invadente e banale colonna sonora di Philip Glass, ma il risultato è davvero poco interessante e non va al di là di una realizzazione professionale e appena dignitosa, che risolleva un po’ l'interesse solo durante le esibizioni dell’illusionista Eisenheim



MR BEAN'S HOLIDAY


Mr Bean devasta la costa azzurra fino al festival di Cannes. Divertimento assicurato





(G.B., 2007 )

Regia Steve Bendelack cast Rowan Atkinson, Willem Dafoe, Jean Rochefort

Dopo aver devastato la national gallery di Londra Mr Bean, complice la vittoria  di un viaggio vacanza a Cannes, esporta il suo eccentrico stile di vita nella florida Provenza, pronto a lasciare il segno anche li. Come nella precedente avventura cinematografica, senza contare però la parentesi di Johnny English, l’umorismo del personaggio di Rowan Atkinson perde il suo carattere di satira sociale tipicamente britannico, per seguire il classico schema caricaturale del turista imbranato, beffandosi del concetto stesso di villeggiatura come meta meramente marittima, e facendo il verso a quel tipo di turista che, incantato da immagini cartolinesche dei luoghi di vacanza, non ha altro obbiettivo che quello di tuffarsi nel mare di sabbia delle spiagge assolate. Ed è così che il povero Mr Bean, che vorrebbe solo poter godere di quella striscia di sabbia tanto agognata, si trova suo malgrado ad affrontare ogni tipo di ostacolo possibile sul suo cammino, finendo persino al festival del cinema di Cannes.

Con una struttura da tipico road movie, il film di Steve Bendelack sfrutta nel migliore dei modi la bravura del comico Rowan Atkinson, ispirato alla mimica dei grandi comici del muto accostata alla parodia del tipico aplomb britannico, per dare vita ad una pellicola fortemente citazionistica, con rimandi a diversi classici della comicità. A tratti bonaria satira di costume, con una una simpatica presa in giro finale dell’intellettualismo autoriale fine a se’ stesso, - bravo Willem Dafoe nei panni di un regista narcisista e autocompiaciuto dei suoi deliri pseudoautoriali ed esilerante la proiezione del film playback time -, e della critica francese tout-court, oppure semplice collage di sfighe da viaggio fantozziane, o ancora esaltazione della fenomenale mimica fisica del comico inglese, il film diverte in tutte le sue forme, e, a differenza di altre produzioni dalle ben più elevate intenzioni, vedasi borat, non fa affatto pesare la struttura episodica della trama, grazie ad un ottimo ritmo e all’assenza di pause e tempi morti. Non manca qualche gag meno riuscita e un po’ scontata nella prima parte, ma alla fine il divertimento prevale su tutto e permette di dimenticare la natura velleitaria dell’operazione.

Certo non è un tipo di cinema da esaltare, ma è sempre più raro vedere un film che mantiene tutto quello che promette, cioè passare un’ora e mezza di divertimento innocente e spensierato, e sottolineiamo, senza volgarità o beceri  luoghi comuni, e uscire dalla sala con un sorriso. Che poi il giorno dopo la visione si fatichi a ricordarlo, fatta eccezione per un paio di gag fenomenali che, non credo di esagerare, sono da antologia del genere, non importerà a nessuno. Una perfetta family-comedy, in grado di accontentare tutti






GRINDHOUSE APPREZZATO E DIVISO

Brutte notizie per i cinefili Tarantiniani europei: mentre Grind House sta per uscire negli Stati Uniti nella versione completa, che comprende i due film da un’ora e mezza circa più i finti trailer per un totale di tre ora e dieci, con tutta probabilità noi europei vedremo i due film separatamente. Una decisione davvero pazzesca, probabilmente dettata dal marketing perché, senza dubbio non bisogna essere laureati per capire che due film da un’ora e mezza ciascuno possono incassare molto di più di uno solo da tre ore. Peccato che in questo modo si perda tutto il senso dell’operazione di Tarantino e Rodriguez, che volevano omaggiare il “ doppio spettacolo” dei drive in rievocando quelle serate all’insegna del trash nelle quali si proiettavano più film di seguito inframezzati da trailer. Evidentemente i distributori europei non sono al conoscenza di questa usanza. Senza contare che probabilmente i due film uscirano a due mesi di distanza, e che, oltre al danno la beffa: mentre gli americani con un biglietto si vedranno i due film noi poveri sfigati spenderemo la bellezza di 12 euro per grindouse. A questo punto non ci resta che sperare nell’home video, sempre che anche li non venga diviso in due dvd. Cosa non si fa per guadagnare di più.

Intanto la critica americana si sta espirmendo più che positivamente, con percentuali di gradimento sopra l’80%. Perfino sopra il 90% secondo il pomodorometro: enterteiment weekly ne esalta la riuscita nell’evocare un tipo di intrattenimento innocente e artigialnae di un mondo che non era ancora contaminato dagli eccessi tecnologici. Variety promuove Tarantino, il cui episodio “ è delizioso, e il piacere che provoca deriva più dai dialoghi grandiosi e da elettrizzanti performance che dalla presa in giro delle convenzioni del genere. Per il New York post l’episodio di Tarantino, a differenza di quello di Rodriguez, “ripensa il genere in modo da dire qualcosa anche all’audience contemporanea, e presenta i migliori dialoghi per un suo film tempi di Pulp Fiction”. Insomma, un piatto succulento, che speriamo di gustare completo

Su questo link potrete trovare diversi trailer e clip

http://www.bloody-disgusting.com/bdtv/search.php?tag=grindhouse&Submit=search

CAPE FEAR - IL PROMONTORIO DELLA PAURA



( Usa. 1991 )

Regia Martin Scorsese cast Nick Nolte, Robert De Niro, Jessica Lange, Julliette Lewis

Max Cady, psicopatico e maniaco sessuale, vuole vendicarsi dell' avvocato Sam Bowden, responsabile della sua incarcerazione. Comincia così a perseguitare Bowden e la sua famiglia.

The departed non è un caso isolato nella filmografia di Scorsese: il regista italoamericano si era già cimentato con il remake di un thriller del ‘62 intitolato il promontorio della paura. Cape Fear è uno dei pochi lavori  “ su commissione”, ed è probabilmente il suo vero primo film di genere

Il Cape fear di Scorsese è prima di tutto un gran thriller di attori, che fanno a gara di bravura, seppur con interpretazioni anche discutibili. Eccessivo, istrionico oltre ogni limite Robert De Niro, più furioso e mostruoso che mai, ad interpretare un personaggio al lmite del sovraumano, che all’inizio non è tanto diverso dai protagonisti di Taxi Driver e means streets, anch’egli un’emarginato, arrabbiato con la società che l’ha generato che alla fine si trasforma in qualcosa di più simile ad un Jack Torrence, o, a voler essere azzardati, un Michael Myers. E’ lui il vero protagonista dell’opera, un “ cattivo” che rifugge ongi stereotipo. E’ un pazzo e violento che in prigione ha imparato a leggere e scrivere, a odiare e a proclamare la parola di Dio, si prende la sua rivincita contro il sistema che l’ha ingannato entrando nel sistema stesso:è ricco, colto, sa come usare la legge a suo vantaggio, è furo e astuto: decisamente Scorsesiano, e ben diverso dal personaggio interpretato nell’originale da Robert Mitchum. Impossible non provare per lui un misto di odio e simpatia. Un Nick Nolte in gran forma si trova suo malgrado ad affrontarlo, vedendosi ritorcere contro il suo stesso ambiente di lavoro, e solo quando Cady sarà diventato un mostro sanguinario, persa ogni connotazione umana, lo potrà affrontare. Al suo fianco un’enigmatica e sensuale Jessica Lange, il cui personaggio non ha l’approfondimento che si merita. Strepitosa Julliette Lewis, giustamente premiata con l’Oscar, che è protagonista di un duetto con De Niro da antologia. I personaggi sono ambigui, nessuno completamente innocente, tutti in qualche modo con la loro parte di colpa, che Max Cady, come un Dio onnipotente, si propone di purificare.. Il ritmo è molto equilibrato tra momenti distensivi e improvvise esplosioni di violenza

Si usa dire che Cape Fear non è un film “ di Scorsese”, si cita De Palma o persino Hitchcock, che certamente ci sono, specialmente il primo, eppure si nota la maestria del regista, nel montaggio come sempre perfetto, nell’uso degli attori, nei virtuosismi di regia. La tensione è palpabile, centellinata in modo magistrale, sia dalla sceneggiatura che dall’efficace descrizione psicologica dei protagonisti e della loro graduale escalation nell’incubo, che evoca la paura dell’” altro”, del diverso, in un crescendo di follia che culmina in un finale plateale da puro slasher-movie, forse il vero punto debole dell’opera. Grande il contributo di Freddie Francis alla fotografia e di Berstein   alla colonna sonora, ironiche apparizioni dei protagonisti dell’originale, Robert Mitchum e Gregory Peck

LAVORI IN CORSO

Continua l’appuntamento settimanale, un po’ in ritardo, con gli ultimi progetti di nuovi fiml.

 

1. Come al solito le major Holliwoodiane non perdono un occasione. Siccome sarebbe pressochè impossible fare un sequel di 300, ( anche se si vociferava di un secondo capitolo de il gladiatore…), si è ben pensato di unire l’abilità del regista con l’argomento Zombie al buon lavoro svolto con l’adattamendo di Miller facendogli dirigere uno zombie movie: si chiamerà army of the dead e secondo il regista dovrà avere essere stilisticamente molto simile a 300, e la trama verterà su un uomo che dovrà salvare la figlia da un’orda di zombie assetati di sangue. Un film epico su morti viventi? Mah

 

2. Forse Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio saranno insieme ancora una volta, per the wolf of wall street, adattamento dell’autobiografia di un broker newyorkese che è stato in prigione per frode finanziaria e collaborazione con la mafia. Non è sicuro però il ruolo di Scorsese, che potrebbe solo produrre

 

3. Darren Aronofsky è in trattative con la Paramount per dirigere Mark Wahlberg e Matt Damon in un film sulla boxe intitolato the fighter, storia di un pugile realmente esistito che ottenne il titolo mondiale di pesi leggeri. Una storia stranamente “normale” per il regista di the fountain..

 

4. Si fa sempre più concreto il nuovo progetto di M. Night Shyamalan: il titolo confermato è the happening, e c’è anche una data di uscita: venerdì 13 luglio 2008, un giorno non certo casuale. Probabilmente farà parte del cast Mark Wahlberg ( the departed ).


 5. Helen Mirren ( Oscar per the queen ) sarà parte del cast del sequel de il mistero dei templari, intitolato book of secret. Sarà la madre del personaggio di Nicholas Cage, a fianco di Harevey Keitel, Diane Kruger e Ed Harris. Il film è in uscita a dicembre negli Usa

 

 

CENTOCHIODI

 

Un Olmi fortemente polemico e iconoclasta conclude così così la sua carriera di regista di fiction. In un film di grande interesse ma troppo esplicito e ostentato nell’emanazione della sua tesi






( Italia, 2005 )

Regia Ermanno Olmi cast Raz Degan, Luna Bernardi

Un giovane ma già affermato professore dell’Università di Bologna si trova al centro di una difficile indagine. Abbandona tutto e approda sulle rive tranquille del fiume Po dove scopre un vecchio rudere intorno al quale si intrecciano storie di amicizia, di vita quotidiana e d’amore tra il professore e gli abitanti del posto.

Ha passato una vita a fare film di finzione. E ora vuole passare al documentario. Ma siamo sicuri che già questo film, una sorta di testamento morale con il quale in grande Olmi da’ l’addio alla fiction, non sia più un film ma qualcosa di ibrido, una sorta di oggetto difficile da identificare indeciso tra la narrazione tradizionale e il soggetto a tesi?

Raz Degan è un Cristo, un messaggero portatore di una religione nuova e più intimista, lontana da quella dogmatica e istituzionale di tradizione ecclesiastica. E’ un professore che si accorge di aver gettato al vento una vita passata a spiegare a disinteressati e svogliati studenti libri pieni di informazioni e vuoti di senso, non per loro difetto, ma per umana incompetenza. Con l’atto simbolico di inchiodare scritti antichissimi, ricostruito da un prologo e una conclusione che constituiscono assieme una sorta di horor culturale, con tanto di indagini della scientifica e suggestiva ricostruzione finale del “ delitto”, Olmi non solo si impone contro la mercificazione culturale della nostra società, contro l’uso sbagliato che può essere fatto di grandi opere ridotte a semplici oggetti di catalogazione, ad un accumulo fine a se’ stesso di conoscenze, ma arriva persino ad accusare le istituzioni, chiesa in primis, come principali fautori di questa degenerazione oggettivante, fondate su un uso del sapere come insieme di regole giuridiche sovraimposte, inapplicabili alla comprensione della vita vissuta. Allora forse è meglio l’esistenza ingenua, innocente, e lietamente pacificata di una comunità che vive sulle rive paludose di un Po non più limpido, che sembra essere fuori dal mondo. Quale miglior luogo, splendidamente fotografato dal figlio del regista, poteva essere la nuova casa-rifugio del protagonista di una rinascita spirituale, conseguente a una morte, identitaria e concettuale.

Uno spunto incredibilmente nobile e acuto che non trova però una struttura narrativa adeguata, o meglio  non è retta dal tessuto espressivo del film che invece è fermo, immobile, ha pretese quasi naturalistiche al limite del documentario in tutta la parte ambientata a Bagnolo San Vito, con improvvisi sermoni pronunciati dal cristologico Degan ( perfettamente in parte dal punto di vista estetico ) che sono come un pugno in un occhio, troppo ovvi ed espliciti, così come tutto l’impianto di simbologie e metafore cristiane che navigano a vista, senza un briciolo di ambiguità o mistero. Tralasciando i limiti tecnici, recitativi e di doppiaggio, alcuni forse voluti e cercati altri invece imbarazzanti e al livello di una fiction di terza categoria, rimane comunque qualche bella suggestione di tipo idillico-naturalistico, nei momenti in cui il percorso del protagonista non è sottolineato da dialoghi ad effetto o frasi fatte ma dall’ambiente che lo circonda, o ancora nella suggestiva sequenza del “ delitto”. E’ un vero peccato perché c’erano le basi per un grandissimo film, e centochiodi non è certo brutto ed è comunque un film degno di interesse, ma forse il regista bergamasco aveva già la testa ai suoi futuri documentari.




BOX OFFICE: GIA' 7 MILIONI PER 300

Poche novità al cinema in questo weekend: i film più visti infatti rimangono sempre gli stessi. iN vetta ancora 300, che incassa altri due milioni e raggiunge i 7 complessivi marciando inesorabilmente verso i 10 totali, un gran bel risultato insomma, e il 7 e l’8 che si sta rivelando un piccolo notte prima degli esami dal momento che al terzo fine settimana incassa quasi quanto all’esordio, con un totale di già di 5 milioni. Per fortuna che c’è ancora qualche film italiano che si innalza col passaparola.
Mediocre l’esordio di un ponte per tetrabithia,( terzo) circa un milione per un film più intimista che fantasy, evidentemente il trailer ingannatore non è bastato per fare il botto.
Qarto Norbit che si avvicina faticosamente ai 3 totali, entrano poi l’horror stay alive, quinto, con un discreto mezzo milione di euro, e centochiodi, buon sesto forte della seconda miglior media per sala. Ho voglia di te scende alla settima superando i 13 milioni, poi troviamo i non esaltanti incassi di bordertown e perché lo dice mamma, seguiti da ghost rider al fondo, che fatica a toccare i tre milioni. Maradona non entra neanche in top ten. La prossima settimana weekend pasquale con Mr Bean, the illusionist e the reaping. Probabile un bottino cospicuo

 

Il botteghino statunitense vede primeggiare blades of glory, commedia su pattini che ottiene l’insperato incasso di oltre trenta milioni scalzando le tartarughe, quest’ultime quarte con un crollo di oltre il 60%. Secondo meet the robinson della disney con un incasso non esaltante di 25 milioni. 300 ( terzo ) continua a incassare raggiungendo i 180 milioni totali. Per il resto la top ten pullula di flop, tra i quali the last minzy e le colline hanno gli occhi 2, fatta eccezione ovviamente per wild hogs che continua a reggere benissimo dopo ormai 5 settimane.