CINECRITICA

Le luci si spengono e... il sogno inizia! Benvenuti ad un blog di forti passioni cinefile e tentativi critici

HAIRSPRAY - GRASSO E' BELLO

Un musical brillante e leggero con un  John Travolta come non l’avete mai visto

Usa, 2007 regia Adam Shankman cast John Travolta, Nikki Blonsky, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken, James Mardsen, Queen Latifah

Remake di un film John Waters intitolato Grasso è bello, ripulito ed educato per l’occasione dal regista Adam Shackman, il musical, passato anche da Brodaway nel 2002, come il titolo originale recita è un’inno all’emancipazione dei brutti – ma specialmente grassi - e dei diversi, non a caso ambientanto nell’america degli anni ’60, durante i quali lo schermo televisivo offriva l’opportunità a giovani e aspiranti promesse di salire alla ribalta, e i media davano la possibilità di diffondere movimenti culturali rimasti fino a quel momento relegati.

Shanckman è un regista di commedia non particolarmente ispirate, ma in quest’occasione, forse per merito delle ottime coreografie e della musica stessa, colpisce nel segno dove difficilmente poteva sbagliare, e riesce nel compito di mettere in piedi uno spettacolo di due ore che diverte e trascina a ritmo di musica nonostante gli evidenti limiti struturali. In primo luogo quello della sceneggiatura stessa, che tratta il tema razziale e della diversità in modo annacquato e senza grande incisività, con una dialettica dei buoni sentimenti tutta all’insegna del politically correct,  uno spirito ben lontano da quello oltraggioso del mitico John Waters, ma anche quello fisiologico di un film dove per buona parte della durata non si fa altro che ballare e cantare. Ma quando si parla di musical giocano un ruolo importante la qualità del soundtrack, assolutamente degno di nota, il ritmo e il montaggio, e gli interpreti stessi con la loro fisicità. Da questo punto di vista il film è perfettamente riuscito. l’inedito John Travolta versione en travestì ha una fisicità dirompente e pare estremamente a suo agio nonostante i chili di gommapiuma, ma da menzionare sono anche Queen Latifah, un gigione Chrisopher Walken che diverte e si diverte, ma soprattutto l’energica protagonista Nikki Blonsky, dotata di grande presenza scenica e non solo per via della stazza. Non particolarmente incisiva invece Michelle Pfeiffer nei panni di una Crudelia Demon mancata, ma buona parte del (de)merito va anche alla scrittura del suo ruolo.

Per fare un raffronto con il recente Dreamgirls, si può dire che questa volta un’approccio più leggero ad un’argomento molto simile abbia giovato, e a patto di sopportare qualche sviolinata di troppo nel debordante finale, ci si diverte con gusto e si batte il piedino a tempo per 117 minuti

 

RASHOMON

 

Giappone 1950 regia Akira Kurosawa cast Toshiro Mifune, Machiko Kyô, Masayuki Mori, Takashi Shimura, Minoru Chiaki, Kichijiro Ueda

Durante un forte temporale, un uomo va a cercare riparo sotto la semidistrutta "porta di Rasho". Qui trova due uomini, un taglialegna e un monaco, che gli Raccontano di avere appena assistito ad una triplice testimonianza di fronte a dei giudici riguardo un caso di omicidio. Il taglialegna stesso ha trovato il cadavere nel bosco, mentre il monaco ha visto il samurai passare con la moglie. Il primo a testimoniare è il brigante Tajomaru che racconta la sua versione dei fatti, ed è ormai condannato a morte quindi non ha motivo di mentire. Ma quando a testimoniare vengono chiamati prima la moglie, poi il fantasma del samurai, questi raccontano versioni quasi del tutto diverse… Quale sarà quella vera, sempre che ci sia?

 
Rashomon è il film grazie al quale si ebbe a conoscere il talento e il valore di Akira Kurosawa in tutto il mondo con la sua presentazione al festival di Venezia del 1961. Un film importantissimo, per certi versi assolutamente innovativo nel suo introdurre un modo di raccontare una storia, quello della moltiplicazione della prospettiva, che farà gridare al genio e scrivere fiumi di inchiostro dai critici del tempo, e tutt’ora mantiene inalterata la sua forza dissacrante, se si pensa che a 50 anni di distanza lo stesso cinema d’oriente, con Zhang Yimou e il suo hero, è tornato ad omaggiarlo.

Il film è il racconto di un delitto che procede per indizi e interpretazioni,  è quasi un giallo nella sua struttura mentre nelle ambientazioni e nei costumi è un cappa e spada. In un tribunale virtuale assistiamo ad un processo dove le diverse versioni di una stessa storia vengono raccontate ad un giudice che non si vede mai, ciò fa presupporre che Kurosawa chiami in causa attivamente lo stesso spettatore a giudicare, coinvolgendolo nella rappresentazione. Il suo punto di vista corrisponde proprio con quello di questo giudice immaginario, e il suo ruolo è rafforzato dal fatto che durante il racconto la macchina da presa non usa mai soggettive ma si mantenga sempre super partes.

Attraverso la narrazione di tre racconti diversi in un racconto, contenuti a loro volta in un racconto, in un gioco di liversi livelli enunciativi che ha un suo perché ( le diverse versioni dei fatti sono introdotte dal loro narratore che a loro volta viene introdotto da un altro narratore più superficiale ), il maestro giapponese opera in primo luogo una potente riflessione sulla capacità illusionistica del cinema: quella di raccontare come oggettivo ciò che in realtà è soggettivo, di spacciare per vero ciò che risulta in realtà costruito ad arte: il cinema è un inganno, una menzogna, e non bisogna credere alle sue immagini seducenti. Ma dietro questa ingannno ci sta dell’altro: un’umanità fallace, corruttibile ed amorale, che pensa solo a giustificare se’ stessa e a salvare il proprio onore in disgrazia. Ciò è evidenziato dall’ambientazione degradata e cadente di quella sorta di limbo, o meglio purgatorio, dove si trovano i personaggi che introducono il racconto. Conquistato dalla potenza espressiva delle sue immagini e dalla forza del racconto, splendidamente ambientanto in una foresta che sembra quasi vivere da se’ e osservare gli eventi, l’osservatore è costretto a credere alla veridicità di ognuna delle versioni narrate, oppure a non credere a nessuna di esse, all’insegna del più totale relativismo umano e narrativo. Nel finale emerge una vigorosa connotazione morale e religiosa, nonché un barlume di speranza che l’uomo possa essere salvato dalla sua miseria attraverso il sentimento di compassione.

Rashomon non è un film dall’impatto immediato, proprio per via della sua complessità ed elaborazione, ma per la sua inestimabile importanza è indubbiamente ascrivibile nell’olimpo dei più grandi capolavori del secolo da poco trascorso; da vedere, rivedere e studiare. Rifatto a Hollywood nel 1965 con l’oltraggio


I NIBELUNGHI


Germania 1924 regia Fritz Lang cast  Paul Richter, Margarete Schön, Theodor Loos, Hanna Ralph, Rudolf Klein-Rogge, Georg John.

La saga epica, scritta da un anonimo nel 13° secolo, narra le gesta dell’eroe Sigfrido e la storia della caduta dei Nibelunghi, nome dato dalla mitologia germanica alla dinastia reale dei Burgundi, ma anche ad una stirpe di nani Sigfrido è un eroe d’altri tempi che conquista una semi - immortalità bagnandosi nel sangue di un drago trucidato. Dopo la sua morte, la vedova cerca rivalsa in La vendetta di Crimilde, e per portare a termine il suo piano sposa Attila, re degli Unni.

Il poema, già messo in scena da Wagner, fu tradotto per lo schermo da Fritz Lang nel 1924 e, fedelmente al testo, diviso in due parti che compongono un’unica epopea. La prima è la morte di. Nonostante la magniloquenza e l’epicità del testo la realizzazione del regista tedesco è rigorosa e quasi asciutta. La sobrietà e il rigore di tutta l’opera colpiscono, specialmente nella prima parte, nella quale sia gli elementi paesaggistici e architettonici, sia quelli narrativi e figurativi sono declinati con una grande precisione e cura. Ne la vendetta di Crimilde invece, subentra un maggiore dinamismo e se vogliamo anche una certa confusione, specialmente nei capitoli che riguardano la descrizione del popolo degli Unni.

IL film è un’opera monumentale per l’epoca: due anni di lavorazione, produzione finanziata dal ministro Gustav Stresemann e oltre quattro ore di durata complessiva ( è consigliabile vedere i due canti separati ) Più degli intrighi, tradimenti e giuramenti, conta il sottotesto passionale, declinato con ferocia e distruttività. I personaggi ribollono di istinti passionali a volte letali per se’ stessi e per gli altri e sono legati a molteplici vincoli di lealtà reciproca che non tradiranno mai se non per assecondare altri legami superiori, portandoseli sino alla morte. La coerenza morale è ferrea, specialmente nel personaggio di Grimilde, il più potente e affascinante di tutto il poema, che arriva a subire una vera e propria mutazione dettata dalla necessità di vendicare il torto subito. A questa vendetta necessaria subordina ogni cosa, persino l’amore e i suoi familiari. Tra i momenti memorabili va annoverata l’uccisione del drago e il bagno nel suo sangue di Sigfrido, ma anche la battaglia finale, estenuante ma ricca di pathos.

Senza dubbio da considerarsi un capolavoro del cinema muto e non solo, tra le opere memorabili di Lang nonostante la visione non sia sempre scorrevole, ma il film merita anche solo per la fotografia e per le scenografie, straordinarie, realizzate entrambe a 6 mani. Ma gran merito va anche agli attori, in particolare alla protagonista Margareth Schon. A Hitler piaceva molto l’eroe Sigfrido, l’unico personaggio moralmente ineccepibile, mentre la seconda parte sotto il suo regime non fu mai distribuita

 

 

BOX OFFICE: sempre primi i Simpson e Spider Pork

IL botteghino italiano continua ad essere gestito dal cinema d’animazione: La famiglia in giallo risponde positivamente alla prova del passaparola e vola a 12 milioni di euro dopo 10 giorni, 3 dei quali incassati nel periodo infrasettimanale, con un possibile totale poco sotto i 20 milioni. L’altro colosso animato persiste al secondo posto, naviga verso i 20 totali come il secondo – che però uscì a ridosso di Natale - e ancora una volta nessuna delle nuove uscite riesce ad impensierirlo.

A proposito di queste, il divertente funeral party nonostante la totale assenza di interpreti dal volto celebre si classifica terzo con una media discreta e mezzo milione di incasso, sorpassando nell’ordine di piazzamento: scrivilo sui muri, ennesima commedia adolescenziale che non riesce ad emergere dalla massa, l’ultima legione, a cavallo del milione di euro totale e la ragazza del lago che gode di un buon passaparola. Male espiazione, che si classifica solo settimo con media sotto i 2000, ancora peggio il demenziale supermad, che rispetta in pieno la tendenza per la quale le commedie che sfondano in Usa floppano da noi e viceversa. Solo 200 mila euro per il nuovo film con Rossi Stuart Piano, solo, fuori dai primi dieci severance che fa appena 1000 euro di media.

La prossima settimana, primo weekend completamente autunnale, sarà decisamente calda: escono Hairspray, un’impresa da Dio ( a rischio flop ), 28 settimane dopo e il buio nell’anima con Jodie Foster. Vedremo se, shrek e simpson permettendo, la classifica si vivacizzerà un po’

 

 
In Usa apre molto bene resident evil: extinction, che incassa 24 milioni di dollari: L’esordio dei primi due furono rispettivamente di 17 e 23 milioni. Segue la commedia comica good luck chuck, con 14 milioni incassati, mentre al quarto posto cala nettamente the brave one ( il buio nell’anima ) e arriva a 25 milioni totali. Segue il western 3:10 to yuma, vicino ai 40 milioni totali, e poi il nuovo film di David Cronenberg, easter promise, con un esordio “normale” di circa 5 milioni. Persistono ancora grandi successi estivi ormai in classifica da mesi come superbad e the bourne ultimatum, questo è sintomatico della scarsa offerta di questo periodo

FUNERAL PARTY

Un Frank Oz in grande forma alla regia di un “ grande freddo” in chiave farsesca, premiato a Locarno. Divertimento e risate assicurate,


 

Germania/Gran Bretagna/USA, 2007 regia Frank Oz Cast Matthew MacFadyen, Rupert Graves, Peter Dinklage, Daisy Donovan, Alan Tudyk, Kris Marshall, Andy Nyman, Ewen Bremner, Keeley Hawes, Jane Asher, Peter Egan, Peter Vaughan

Una famiglia inglese si riunisce al funerale del patriarca, ma lo svolgimento della funzione è minacciato da un sacco di eventi imprevisti e accompagnato dal riemergere di tensioni e rancori sopiti. Quando poi un uomo misterioso ricatta i figli del defunto chiedendo loroi 15 mila sterline in cambio di uno scottante segreto, la situazione degenera

Ecco finalmente un film che riesce ad intrattenere e divertire, se non a far ridere, per tutta la sua durata. Dal regista Frank Oz, discreto mestierante che con l’equivoco ci sguazza a meraviglia, funeral party è una farsa scoppiettante a metà tra il contenuto e misurato humor britannico e la sbracata dissacrazione made in Usa.

La presa in giro di un momento delicato e serio come il funerale è un classico, ma se l’originalità non è il punto forte del film, lo è piuttosto la capacità della sceneggiatura nello sfruttare le poche idee vincenti del plot, con un bel ritmo e una squadra di bravi caratteristi che meriterebbe un premio per il miglior cast di un film comico. A vincere sono i piccoli leit-motiv che si ripetono coastantemente producendo un effetto ridicolo: una boccetta di valium che in realtà contiene allucinogeni, un vecchietto che è la versione in carne ed ossa del padre di Homer Simpson, uno scottante segreto che minaccia di rovinare la “festa” a tutti, coadiuviati da una serie di personaggi al limite del macchiettistico che, come in tutte le riunioni di famiglia cinematografiche, tirano fuori il peggio di sé ( non si salva nemmeno il prete ). Se questi elementi bastano a tenere incollati allo schermo per un’ora e mezza e a regalare una buona quantità di momenti esileranti, è tutto merito di uno script che combina tutti gli elementi alla perfezione, come nella miglior tradizione della farsa, e di un ritmo in costante fibrillazione, a costo di infilarci in mezzo qualche deja-vu e colpo basso –  ma la cacca e le bare che si rovesciano fanno ancora ridere nonostante tutto -, ma offrendo anche diverse idee notevoli – una su tutte la reazione del protagonista alla scoperta del “ terribile segreto”.

Dopo In e out Oz persiste nella presa in giro di un certo terrore borghese dell l’omosessualità e del culto perbenista di dover conservare le apparenze a tutti i costi, e il culmine del divertimento si raggiunge proprio quando tutto esplode come una bomba atomica con effetti devastanti. Subito dopo, il finale buonista e sbrigativo rovina tutto.  Ma d’ora in poi sarà sempre più difficile girare un funerale serio al cinema

SIMPSON - IL FILM

I simpson rispondono bene alla prova del cinemascope, anche senza aggiungere nulla di nuovo rispetto alla serie tv



Usa, 2007 regia David Silverman

Dopo quasi 20 anni di successi sul piccolo schermo anche la famiglia più squinternata d’america si decide a fare il grande passo verso il grande, con la sua troupe di sceneggiatori quasi al completo. Il risultato è “simpsoniano” quasi al 100%, e infatti simpson – il film non è ne’ più ne meno di una puntata straordinariamente lunga, con l’aggiunta di una maggiore cura negli sfondi permessa dal widescreen del cinema. I temi sono sempre i soliti, e il cinismo e la sfacciataggine con cui vengono trattati anche. Si assiste così ad una catastrofe ambientale provocata dagli escrementi di “ spider pork”, maialino che diventa il migliore amico di Homer, e degli spettatori, viste le risate che provoca in un paio di sequenze diventate immediatamente cult. L’argomento ambientale ha uno spazio particolare, e in questo senso la sceneggiatura è abilissima a sbeffeggiare giocosamente presidenti e dirigenti disposti persino a radere al suolo una città pur di risolvere il problema in modo veloce; ma dal risultato finale impareranno, e con loro noi spettatori, che un problema è meglio risolverlo, piuttosto che farlo esplodere. Ma anche la stessa Springfield ha le sue colpe: la città dei “ gialli” è un piccolo concentrato di tutto il peggio dell’opportunismo e del menegreghismo umano, ed è ovvio che i suoi abitanti siano i primi a pagare con gravi conseguenze…

L’inizio è scintillante, sarcastico e autoironico; come nella tradizione della serie si arriva al nucleo della storia attraverso alcuni di avvenimenti casuali, portati per lo più dall’avventatezza dei suoi protagonisti, e c’è tempo di spassarsela con un momento da antologia, quello di Bart nudo sullo skateboard, e uma manciata di gag alle quali è impossibile resistere. Con il passare del tempo, è abbastanza evidente che l’esigenza di imbastire una storia da lungometraggio abbia spinto i creatori a dare più spazio ai personaggi, in particolar modo a Bart e Homer, che vengono entrambi addolciti rispetto a quanto siamo abituati a vedere in televisione, e a sacrificare invece quelli secondari, alcuni dei quali non compaiono nemmeno. Il monello di famiglia arriverà addirittura a rifiutare il proprio padre per le sue malefatte e a cercare nel bigotto Flanders un nuovo papà, mentre il padre, che tocca una vetta, ma bisognerebbe dire piuttosto un fosso, della sua stupidità, si pentirà però dei disastri combinati cercando di rimediare. Con questa venatura “umanista”, il film perde smalto e cattiveria nella parte centrale ricordandoci per un momento che forse i simpson, quelli veri, rimarranno sempre della durata di 20 minuti a episodio.

Ma il divertimento comunque non manca, grazie alla presenza di tutti gli elementi che rendono meritevole la serie, quali presa in giro di celebri star, citazionismo intelligente e delizioso, e ritmo molto ma molto elevato; e allora anche una versione simpsoniana più alleggerita, per ovvie ragioni di concentrazione, risulta comunque godibile per tutta la sua durata come e più dei migliori prodotti animati usciti recentemente.

Un opera quindi che non risulta quell’iceberg nell’immaginario dei Simpson che ci si poteva aspettare, ma che invece è  piuttosto un bonus, un’extra, per chi non si è perso un episodio in tutti questi anni ed è felice di veder definitivamente consacrata questa serie che, con la sua presa in giro dello sfrenato individualismo americano e degli aspetti più beceri della società, ha avuto e ha tuttora un ruolo enorme nel mantenere fresco e reattivo l’immaginario visivo odierno, divertendo con furbizia

SIMPSON DA RECORD!


E’ un trionfo. I simpson stravincono la sfida con shrek 3 piazzando il miglior weekend di sempre per un film di animazione, con quasi 6 milioni di euro di incasso in tre giorni, facendO una media per sala altissima, di 9600 euro! Il record precedente era stato già battuto due settimane fa proprio dal film della Dreamworks! Un esordio che quindi conferma gli ottimi auspici del pre-uscita, nonostante il film arrivi da noi con grande ritardo rispetto al resto del mondo. Scalzato shrek 3 che però con altri 1.7 milioni ha già il totale impressionante di 17 e mezzo e si avvicina sempre più al tetto dei 20. La sfida tra i due film avrà un vincitore definitivo solo tra qualche settimana, ma si può già dire adesso che il cinema di animazione è partito alla grande in questa stagione piazzando subito due centri su due. Debole il resto della top ten, con una terza piazza occupata dallo storico l’ultima legione. Il film con Colin Firth ottiene un risultato solo discreto, in linea con il lancio che ha avuto, ma va peggio al romantico sapori e dissapori che al quarto posto fa meno di mezzo milione di euro con una media sotto i 2000 euro per sala. Non è un bel segnale Per la commedia sentimentale, giacchè il film era stato ben pubblicizzato e non mancava di star. Che il pubblico si sia stufato della solita storia ripoposta con mille varianti diverse? Speriamo di si…

La ragazza sul lago entra al quinto posto e fa quasi 3000 euro di media per sala, un discreto risultato per questo film italiano che in proporzione va meglio rispetto ai due blockbuster d’oltreoceano, poi in ordine io vi dichiaro marito e marito, premonition, il dolce e l’amaro, film che hanno inciso ben poco e stanno per essere rimpiazzati dal vagone di uscite delle prossime settimane. Flessione contenuta per io non sono qui al nono posto

 

Negli Stati Uniti esordisce al primo posto il nuovo film di Neil Jordan the brave one, con Jodie Foster, incassando 14 milioni di dollari. Segue 3:10 to Yuma che cala di poco e arriva a 28 milioni totali, poi terza la stroncatissima commedia mr woodrock, che floppa con 9 milioni. Poi un altro flop, il fantasy dragon wars, superbad, ,halloween che supera soglia 50 milioni, Bourne Ultimatum. Già fuori dai primi dieci il disastro shoot ‘em up

SAPORI E DISSAPORI

Più dissapori e meno sapore per questa innocua commedia gastronomica che si adagia sul risaputo e rassicurante


No reservation ,Usa, 2007  regia Scott Hicks, con Catherine Zeta-Jones, Aaron Eckhart, Patricia Clarkson

Erano ricette d’amore nel film del 2001 con Castellito,  e nel remake diretto dall’autore di cuori in atlantide e shine, Scott Hicks, si trasformano in sapori e dissapori, in una commedia ambientata per buona parte dentro la cucina di un ristorante che si rivela meno spensierata di quanto non lasci intendere. Cambia il titolo ma la ricetta è sempre la stessa, e nonostante la variante gastronomica non si fatica a capire fin da subito come si svilupperà il copione del film.

Per usare l’inevitabile metafora culinaria, sapori e dissapori  possiede tutti gli ingredienti giusti del genere: lei, primo chef, donna sola, rigida e zitella ( la Zeta Jones, e chi ci crede! ), lui, un simpatico Aaron Eckart, uomo dal temperamento focoso, appassionato di lirica, si insidia nei suoi fornelli e nella sua vita. A fare da tramite la nipote di lei, ragazzina difficile che ha perso la madre, dotata di tutti i clichè del tipo di personaggio. Gli ingredienti ci sono ma non sono mescolati bene giacchè le reciproche relazioni tra i tre protagonisti si sviluppano in modo talmente ovvio e prevedibile che la sceneggiatura deve usare come tappabuchi le pietanze gastronomiche per ovviare a facilonerie e approssimazioni. Ed è quindi ad un piatto di spaghetti che spetta il compito di conquistare la fiducia della bimba, ad una pizzata quello di riunire la famiglia e ad un tiramisu quello di sedurre. Una metafora della vita che è come un piatto prelibato? No, più che altro il sintomo di una mancanza di idee interessanti che riescano a rendere la storia meno banale di quello che è e a caratterizzare i personaggi senza utilizzare espedienti triti e ritriti come quello dello psicologo “confessore” o il clichè della donna in carriera tutto lavoro e niente famiglia. Nonostante i tentativi di Hicks di conferire un po’ di brio ad una storia risaputa, e a rendere pregevole il film visivamente, riuscendo ad azzeccare una prima parte abbastanza scorrevole, alla fine il film soccombe, con una seconda metò zeppa di lungaggini e melensaggini e affetta da inutili risvolti melodrammatici, e resa ancora più fastidiosa  da un’uso sbagliato della colonna sonora di Philip Glass: bella ma usata in modo invadente e ripetitivo, anche se, ma non per suo merito, il film è puntuale ad omaggiare il maestro Pavarotti appena scomparso

Rimane solo l’appeal di una Zeta  Jones sempre affascinante nonostante il trascorrere degli anni, a dare un po’ di sale al classico film “ non brutto ma insipido “, che non lascerà traccia del suo passaggio

SHREK TERZO ANCORA IN VETTA

Ancora shrek a fare il vuoto nei multiplex della penisola, con altri 6 milioni incassati in settimana, di cui 3 nel weekend appena passato.  IL totale è impressionante, già quasi 15 milioni di euro nelle tasche della dreamworks, con ancora molta strada da fare. Non possono nulla le nuove uscite vi  dichiaro marito e marito e premonition, rispettivamente secondo e terzo. Ne’ la comicità di Adam Sandler, uno sconosciuto in Italia, ne’ tantomeno la stella opaca di Sandra Bullock impensiericono il fenomeno animato. Non convincono l’italico il dolce e l’amaro che ottiene una media per sala molto bassa e l’omaggio a Bob Dylan io non sono qui che nonostante le ottime critiche, Venezia e la distribuzione generosa non ottiene i favori del grande pubblico, solo settimo con appena 200.000 euro incassati. La prossima settimana interessante guerra animata: i simpson contro shrek, più le ricette d’amore rifatte dalla Zeta Jones e da Aron Eckhart

 

Negli Usa weekend fiacco, nonostante l’uscita di due film con grandi star, ma è. un calo normale per il periodo negli Stati Uniti. 3:10 to yuma, remake wester con Russel Crowe e Christian Bale è subito in vetta con 14 milioni di dollari, a fronte di un budget di 50. Considerando che il genere western è stato un naftalina per lungo tempo ci si poteva aspettare di peggio. Secondo posto per Halloween che ovviamente cala parecchio, ma si mantiene su medie discrete per il genere horror, terza piazza per superbad che arriva a superare i 100 milioni di dollari, mentre al quarto posto piazza un bel flop la New Line con shoot’em up, thriller d’azione con la Bellucci e Clive Owen. The bourne ultimatum continua a stupire arrivando a 210 milioni

PIRANA



USA, 1978 Regia Joe Dante cast Bradford Dillman, Kevin McCarthy, Heather Menzies, Keenan Wynn, Dick Miller, Barbara Steele

Opera seconda del bravo artigiano Joe Dante, Pirana si situa a metà tra il filone di horror spettacolare Hollywoodiano sulla scia de lo squalo e l’omaggio ai “ monsters – b – movies che spuntavano come funghi intorno agli anni ’50. Da questi la pellicola esporta il sottotesto ecologico di denuncia di un’umanità destinata a pagare la propria mancanza di rispetto verso la natura e verso l’uomo stesso. I “villain” di turno infatti, più che i pesci carnivori sono dei militari ottusi disposti a far pagare a caro prezzo la segretezza dei loro esperimenti, sui quali aleggia persino un’ombra della guerra. Ma i “buoni” non sono da meno, giacchè è la stessa ragazza protagonista a dare il via all’infestazione azionando avventatamente una leva. 

Il film non è certo elaborato dal punto di vista della scrittura, piena zeppa di ingenuità e approssimazioni che fanno sorridere, ma si regge in piedi grazie all’efficacia dell’impianto spettacolare, in grado di creare sequenze di forte impatto e di garantire la giusta dose di brividi e di splatter nonostante gli evidenti limiti di budget, con un’impressionante massacro finale che nessun oggi avrebbe il coraggio di girare. Joe Dante ci mette del suo con una forte dose di ironia, a tratti al limite del parodistico, che rende meno pesante la banalità dell’intreccio. Il regista americano avrebbe poi portato avanti con Gremilins ma soprattutto con Matineè la sua dichiarazione d’amore ai film di fantascienza anni ‘50.   Da segnalare la presenza nel cast della grande Barbara Steel, incontrastata regina dell’horror italico



SHREK 3 APRE LA NUOVA STAGIONE


finalmente  ( si fa per dire ), finite le vacanze, torno a pubblicare ( un po' in ritardo ) i miei articoletti e le mie recensioni, sperando in una nuova, brillante stagione.




È shrek 3 ad aprire le danze per quanto riguarda la nuova stagione 2007/2008: l’orco si piazza subito in prima posizione con quasi 6 milioni di euro fatti in tre giorni, ai quali vanno sommati gli altri 2 ottenuti durante le anteprime estive. La media per sala è anche molto alta, vicina agli 8000 euro circa. Ce la farà a superare il secondo capitolo? E’ questione di poche settimane e poi lo sapremo.

A dimostrazione che il film della Dreamworks ha fatto terra bruciata il resto della classifica dei più visti non raggiunge complessivamente neanche la metà dell’incasso di shrek. Captivity non fa granchè nonostante la pubblicità martellante e arriva solo a mezzo milione, ma nonostante questo è secondo seguito da il bacio che aspettavo, quest’ultimo che raccimola solo un milione di euro dopo due settimane,

Sicko è ben lontano dai risultati di farenheit ma se la cava comunque dignitosamente per essere un documentario. Dopo di lui, qualche residuo estivo come pathfinder e disturbia che nelle prossime settimane verranno spazzati via molto in fretta. Snobbati il vincitore di Cannes e il nuovo film di Ki Duck, soffio.

La prossima settimana una marea di nuove uscite di medio – basso interesse: il primato di shrek è ancora al sicuro

 

 

Negli Usa il Labour Day si apre all’insegna dell’horror: trionfa infatti il nuovo Halloween di Rob Zombie con 26 milioni di euro, ridando linfa ad un genere che non se la passa molto bene, nonostante la critica non abbia per niente apprezzato. Segue la commedia vietata ai minori superbad, piccola sorpresa di questa fine estate, che ha già quasi raggiunto i 90 milioni complessivi, mentre l’altra nuova uscita della settimana balls of fury, è terza.

 Al quarto posto avviene il superamento del traguardo dei 200 milioni da parte di the bourne ultimatum, davvero un trionfo dato che non era successo per i due capitoloi precedenti. IL film è seguito da Rush Hour 3 che va meno bene dei precedenti. Poi c’è Mr Bean che non sorprende ( non è mai stata forte questo tipo di comicità in Usa ), mentre sorprende al settimo posto il flop di the Nanny diaries, dal quale ci si aspettava molto di più. Chiude alla decima posizione un'altra delusione, il fantasy stardust.