SANREMO FLOPPA, E ANCHE LA TV NON SI SENTE MOLTO BENE...
Nonostante me ne freghi poco o niente finisco anche quest’anno per parlare dei Festival di Sanremo, che, nel bene o nel male, diventa inconsapevole simbolo della mediocrità che affligge l’informazione mediatica nel suo complesso
Dopo il “flop” della prima serata di Sanremo, che ha ottenuto un record in negativo di ascolti, Baudo si è scagliato contro i media e i meccanismi dell’audience che, “se non fai scandalo non fai audience”, in riferimento alla vicenda del pozzo di Gravina, che avrebbe monopolizzato i media lunedì sera.. Ora, mi si concedano un paio di osservazioni:
1. la seconda serata ha avuto un ascolto ancora peggiore, dimostrando infondata la tesi secondo la quale gli accadimenti di Gravina avrebbero distolto l’attenzione dal Festival
2. Baudo ha ragione, per carità, ma in quel sistema di m**** ci è immerso fino al collo, già solo per il fatto di lavorarci dentro. In una televisione che non fa altro che proporre litigi e contestazioni di bassa lega sui motivi più assurdi, da Forum ad amici, lui ancora si stupisce che un litigio tra Cutugno e la Fegiz di cui non frega niente a nessuno, una canzone Rubata della Bertè, la stessa notizia del flop, siano le uniche occasioni che i media trovano per parlare del Festival? Non è che per caso, tra un litigio, uno scandalo, un teatrino e l’altro, quello che manca davvero è la Musica?. La routine Sanremese è ormai avvizzita al punto che conta solo più la confezione – giustamente Chiambretti & Co hanno fatto notare tutti i loro sforzi per ammodernare la formula stantia -, mentre la Canzone, chi la sente più? Pare davvero un paradosso che si sprechino tante parole e cerimonie quando la sostanza, le idee musicali, il cuore che dovrebbe essere di un festival canoro, latitano, in quantità e qualità. Ma perché allora non vedere il bicchiere mezzo vuoto? 9 milioni di spetttatori per una tradizione, noiosa e pedante quanto volete, ma che ha attraversato un secolo, con tutti i problemi del mercato musicale di questi anni, non sono invece un risultato entusiasmante?
Itanto, gli unici che vorrei vedere se non litigare, quantomento discutere animatamente, se ne stanno beatamente tranquilli sui loro troni. Ben lungi dal pretendere i teatrini Usa tra Obama e la Clinton, figli di un’esibizionismo prettamente Statunitense, la campagna elettorale nostrata è da allarme rosso, da Aulin. Non c’è informazione, non c’è confronto, non c’è dialogo. Dove sono i giornalisti? Dov’è finita l’informazione? Abbiamo degli aspiranti presidenti del consiglio che monopolizzano l’attenzione mediatica grazie a giornalisti-tappetini che hanno come unica funzione quella di fare da simulacri del pubblico da casa stesso. da non rischiare di mettere le Loro Santità in difficoltà, sono dei piattini argentati che permettono Le loro gentili domandine, redatte con attenzione in modo al Berlusconi, Fini e Veltroni di turno di dire tutto quello che vogliono senza che niente e nessuno li interrompa.. Non interviste, ma veri e propri monologhi, con buona pace del “povero” Luca Giurato di turno. E la distanza tra la politica e i cittadini aumenta sempre di più. E l’antipolitica cresce, con conseguente ipocrita sdegno dei governanti. E noi dovremmo scegliere chi ci governa in questo modo? Troppo, troppo facile la vita dei politici in questo paese.
NON E' UN PAESE PER VECCHI
Coen brothers NO COUNTRY FOR OLD MAN, Usa 2008
con Josh Brolin, Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Woody Harrelson, Kelly MacDonald

Con la statuetta nelle mani i fratelli Coen hanno saggiamente dato la priorità a Corman McCarthy nella loro personale lista dei ringraziamenti. Giustamente perché il trionfatore assoluto degli Oscar appena celebrati, unico altro adattamento dei fratelli registi oltre all’Odissea. – Fratello dove sei -, deve tanto, davvero tanto allo splendido libro dello scrittore 75enne. Un western moderno asciutto e implacabile, quasi epico, che per tre quarti di durata è già una perfetta sceneggiatura, con alcuni passagi formidabili che si fanno film nella mente di chi legge con estrema facilità. Pensiamo all’incontro tra l’assassino Anton Chigurh e il vecchio gestore di una stazione di servizio, con un classico testa o croce a deciderne il destino. Nella pellicola omonima Chigur ha il volto grottesco di un Javier Bardem che non delude nel dare corpo al killer più folle che si sia visto di recente sugli schermi. Una figura obliqua, carismatica, temibile e affascinante al contempo, umana e disumana assieme. Senza essere macchietta o personaggio Tarantinato, Anton Chigur, nel film come nel libro, non assomiglia a niente di già visto. IL metro di paragone più vicino è quello di terminator, anche se dotato di carne e sangue e non di ferraglia, come si scopre a metà film. Ma Chigur è qualcosa di più, più che un demonio quasi un Dio sceso in terra a giudicare le azioni insensate e folli dell’uomo, insensatezza che non a caso pervade tutta l’opera, proprio a partire dagli eventi iniziali.
Quello dei Coen è un adattamento praticamente perfetto, che lascia presupporre un punto d’incontro saldo e forte tra l’immaginario di Corman McCarthy e il loro, entrambi portatori di un punto di vista profondamente e sentitamente americano, entrambi alle prese, - con la parentesi di Ladykiller e quell’altro film con Clooney – a raccontare violenza, anomia e disperazione di un luogo paradossale, in cui non esistono eroi, nemmeno antieroi, e le azioni condotte dall’uomo sono tutte sbagliate, folli e irrazionali. Forse, chissà, guidate e orientate dal demone denaro, qui una valigietta con 2 milioni di dollari in contanti – ben più di un semplice McGuffin - trovata per caso dal saldatore Moss nel mezzo del deserto in una mattanza tra spacciatori; attorno al prezioso oggetto svolazzano come avvoltoi uomini di diverse estrazioni e categorie: messicani, narcotrafficanti di alta caratura, killer, e un reduce dal Vietnam. Ma cos’è che ha ridotto così questo paese? Il Vietnam, la droga? Forse è sempre stato così, il tempo si è fermato, ieri come oggi. In non è paese per vecchi tutto sembra andare a vuoto, non c’è progressione, solo correre, fuggire e morire a vuoto, la violenza è gratuita perché non ha senso. SI combatte e si muore come pedine guidate da un’incomprensibile volontà superiore, come in guerra. Il personaggio dello sceriffo è interpretato da Tommy Lee Jones, che dopo le tre sepolture e nella valle di Elah torna nuovamente ai confini con il messico. L’attore, in grado di recitare solo con le occhiaie solcate e le rughe del visto, presta volto al narratore, che con le sue confessioni porta avanti la dolente e amara riflessione sul decadimento morale di un paese. Lo sceriffo da lui interpretato appende le scarpe al chiodo e si arrende di fronte a fatti che non riesce più a capire, assurdità non più tollerabili, rifugiandosi nel ricordo. Ma anche quest’ultimo non lascia scampo, perché se non è la confessione di un’onorificenza immeritata – parte non presente nel film, quando Bell racconta come sono realmente andate le cose laggiù nel Vietmam -, è il racconto di un sogno, che riporta in luce un tempo di pace e serenità che in fondo forse non è mai esistito, e probabilmente mai esisterà. Un paradosso fa si la poca moralità rimasta in circolazione, discutibile ma ferrea, sia quella di un killer che bada più alla promessa fatta ad un morto che al buon senso, mentre il protagonista, - un’ottimo Josh Brolin -, per quei soldi distrugge la propria vita e quella di altre persone a lui vicine, anche se è proprio l’unico barlume di moralità nel suo comportamento – la decisione di portare l’acqua al messicano morente -, a fregarlo.
La sceneggiatura è praticamente identica all’originale, salvo che per pochi e intelligentemente funzionali cambiamenti, la direzione degli attori veramente molto buona. La fotografia – Roger Deadkins – dell’arido deserto messicano è pungente e iperrealistica, la messa in scena, secca e tellurica, tagliata dalla trasversale ironia grottesca - quello di stampo prettamente Coeniano -, senza colonna sonora che non sia quella degli spari e del vento che solca il Deserto, con trovate notevoli – il riflesso sul televisore -, solo la brusca sterzata finale mette a nudo la netta superiorità del libro, del quale il film non possiede la profondità quando decanta l’amara riflessione finale dello Sceriffo. Il film, fino a quel momento un selvaggio western-poliziesco micidiale, si avventura in ambiti forse troppo teorici anche per una coppia di registi che ha quasi sempre attraversato i generi con l’occhio freddo di un’antropologo, non convincendo pienamente, e rischiando la ridondanza, la retorica morale. Proprio per questo il film a questo punto può essere solo completato da una lettura degli ultimi capitoli del libro, mentre se si fosse rinunciato a sovrapporsi totalmente a McCarthy ne sarebbe venuto fuori un film ancora migliore. Non importa, l’Oscar è meritato, il film è bello. Troppo Fatalista, senza speranza e cinico? Forse, ma cinematograficamente di enorme valore, visto che all’arte, come sappiamo, spetta il compito di sondare gli aspetti più bui dell’esistenza, ed in fondo è bello uscire dalla sala pensando che il mondo in realtà non è poi così male – ma ne siamo davvero sicuri ?.
ps: con il suddetto film quasi tutto il cinema più atteso della stagione è andato. Certo mancano ancora Persepolis, il film di Lumet, Rec e poco altro. Salvo sorprese, prepariamoci ad un'estate molto avara di buon cinema
BOX OFFICE: RAMBO SCONFIGGE SWEENY TODD
Non è stato un weekend per bambini: Nel fine settimana degli Oscar, in Italia trionfano al botteghino tre film violentissimi, due dei quali tra i candidati a miglior film. Il primo posto di John Rambo, che ottiene 1.8 milioni di euro, ( 4000 euro per sala ), è compensato dalla miglior media per sala di Sweeney Todd, ( 5000 euro ), secondo con 1.6 milioni di incasso ma in un numero minore di sale, e un bel divieto ai minori di 14 anni. Risultati comunque non eccezionali ma in linea con quelli Usa. Al terzo gradino del podio cade parlami d’amore con ottiene un altro milione e mezzo di incasso arrivando a 6 totali, non male dopo un primo weekend deludente, anche se ancora sotto le aspettative. Ma il risultato migliore, in termini relativi si intende, è quello di non è paese per vecchi; il film nerissimo dei Coen supera il milione di incasso, piazzandosi quarto, nonostante l’abbondante concorrenza, grazie anche al fatto di essere stato pubblicizzato come il film favorito per la vittoria finale. E’ quindi da vedere quanto e se influiranno le quattro statuette ricevute durante prossime settimane. Poi caos calmo continua la sua lenta marcia verso i 5 milioni di euro, dopo di lui la seconda metà della top ten è composta da film ormai da un po’ in classifica con numeri ovviamente molto bassi. Spiccano gli ormai 4 milioni di euro di into the wild, che continua a perdere poco alla volta dopo più di un mese nella classifica, mentre invece il petroliere si deve accontentare di 800.000 euro totali, a causa probabilmente dell’argomento ostico e della lunga durata, e difficilmente l’Oscar a Daniel Day Lewis cambierà di molto la situazione. Al 19° posto, pazzesca media per sala di perspepolis: 12000 euro in sole due sale: c’è da sperare che la distribuzione, - il film è in uscita questo venerdì – recepisca il segnale
IN Usa Jumper viene scalzato da Vantage point ( prospettive di un delitto ). Il thriller complottistico dal cast ben nutrito, incassa 24 milioni di dollari superando le aspettative. Robusto il calo per l’ex numero 1, che scende al 2° tallonato per un pelo da the spidewick Chronicles, che sta per superarlo. Ridimensionati gli entusiasmi dopo il buon primo weekend, jumper potrebbe ora faticare a raggiungere il budget di 80 milioni, a causa, azzarderei, di un passaparola negativo, stando alle stroncature diffuse della critica. Unica nuova entrata, Be kind rewind di Michael Gondry che esordisce settimo con 4 milioni di dollari: nuon risultato, considerando che si parla di un regista non avvezzo ai grandi incassi…
OSCAR 2008: COMMENTO

Miglior Film:
Espiazione
Non è un paese per vecchi
Il petroliere
Juno
Michael Clayton
Attore protagonista:
Daniel Day Lewis per Il petroliere
Johnny Depp per Sweeney Todd
George Clooney per Michael Clayton
Tommy Lee Jones per Nella valle di Elah
Viggo Mortensen per La promessa dell'assassino
Attore non protagonista:
Casey Affleck per L'assassinio di Jesse James
Javier Bardem in Non e' un paese per vecchi
Philip Seymour Hoffman per La guerra di Charlie Wilson
Hal Holbrook per Into the Wild
Tom Wilkinson per Michael Clayton
Attrice protagonista:
Cate Blanchett per Elizabeth: the Golden Age
Julie Christie per Away from Her - Lontano da lei
Marion Cotillard per La Vie en rose
Laura Linney per La famiglia Savage
Ellen Page per Juno
Attrice non protagonista:
Cate Blanchett per Io non sono qui
Amy Ryan per Gone Baby Gone
Tilda Swinton per Micheal Clayton
Ruby Dee per American Gangster
Saoirse Ronan per Espiazione
Regia:
Tony Gilroy per Michael Clayton
Joel ed Ethan Coen per Non e' un paese per vecchi
Julian Schnabel per Lo scafandro e la farfalla
Paul Thomas Anderson per Il petroliere
Jason Reitman per Juno
Sceneggiatura - originale:
Diablo Cody per Juno
Nancy Oliver per Lars e una ragazza tutta sua
Tony Gilroy per Michael Clayton
Brad Bird per Ratatouille
Tamara Jenkins per La famiglia Savage
Sceneggiatura - adattamento:
Christopher Hampton per Espiazione
Sarah Polley per Away from Her
Ronald Harwood per Lo scafandro e la farfalla
Joel e Ethan Coen per Non è un paese per vecchi
Paul Thomas Anderson per Il petroliere
Film d'animazione:
Persepolis
Ratatouille
Surf's Up
Film in lingua non inglese:
Beaufort di Josef Cedar
Il falsario di Stefan Ruzowitzky
Katyn di Adrzej Wajda
Mongol di Sergei Bodrov
12 di Nikita Mikhalkov
La vittoria di non è un paese per vecchi giunge abbastanza scontata: tutte le previsioni sembravano indicare la pellicola dei Coen come favorita, senza contare che rispetto agli altri candidati il film aveva le carte maggiormente in regola per il successo: base letteraria di lusso, un cast di attori in formissima e due registi in netta ripresa dopo diverse prove opache. Tuttavia difficilmente si sarebbe potuto pronosticare un tale risultato qualche mese fa, soprattutto per il tema della pellicola: un thriller duro e violento, come non se ne vedevano agli Academy da molto, molto tempo.
Difficile la vittoria de il petroliere, film di indubbia qualità ma di scarso successo, - e con il premio al protagonista già in tasca - sarebbe stata d’altronde improbabile una vittoria di un indipendente come Juno, perché nonostante il successo incredibile della pellicola di Reitman si sa che gli Academy tendono sempre a premiare registi con più carriera alla spalle. Il film dei Coen senz’altro merita l’alta onorificenza, non foss’altro che indubbiamente non è possibile trovare pellicole nettamente superiori a questa tra i film candidati – ma allo stesso livello si -. Sweeney Todd francamente aveva una marcia in meno rispetto ai due film sopra citati.
Non disprezzabile il premio per la regia, anche se sinceramente se si fosse optato per Anderson, che ha all’attivo nel suo petroliere almeno 20 minuti da storia del cinema, non ci si sarebbe potuto lamentare. I Coen comunque hanno fatto davvero un gran lavoro di messa in scena senza dubbio. Mentre il premio per l’adattamento forse è un po’ troppo, che in fondo non dev’essere stato così faticoso visto che il libro di McCarthy è già estremamente cinematografico per 4/5. Sacrosanto l’Oscar come miglior attore non protagonista a Javier Bardem, autore di un personaggio incredible e soprattutto fortemente a rischio macchietta, che l’attore ha saputo evitare dimostrando la sua grande classe, in una prova superba e inquietante. Oltretutto in una categoria quest’anno ricchissima, in cui Hal Hoolbrock per chi vi scrive arriva giusto un pelo secondo, solo per questioni di minutaggio.
Ampiamente anticipato anche il premio a Day Lewis, altrimenti un film non capolavoro ma comunque bellissimo come il petroliere ne sarebbe uscito sottostimato. Premio giusto, soprattutto per la grandezza di un’attore in passato sottovalutato, qui autore di una prova che rimarrà nella memoria. Tuttavia Tommy Lee Jones, con la prova superba di nella valle di Elah e quella nel film dei Coen avrebbe meritato qualcosa, e anche Depp a dire il vero sarebbe stato da Oscar, capace da solo di tenere in piedi un film leggermente sotto le aspettative.
Non ho visto la vie en rose quindi non posso giudicare la vittoria di Marion Cotillard come miglior attrice protagonista, ma nella categoria ci avrei visto bene Julie Christie, mentre per quanto riguarda la Blanchett direi che the golden age è un film troppo “medio” e patinato, come il suo personaggio, per meritare un premio, bontà sua…
Sorprende tutti invece il la vittoria di Tilda Swinton come miglior attrice non protagonista, l’attrice è al suo primo Oscar, preferita alla Blanchett in io non sono qui.
Per il resto non posso far altro che astenermi dal commentare la vittoria di Juno per la miglior sceneggiatura, anche se contenderla al bellissimo ratatouille dev’essere stata un’impresa, mentre lo stesso vale per la vittoria del capolavoro della Pixar, per chi vi scrive ampiamente meritata, me in realtà sto aspettando Persepolis per certificarlo. Il falsario è senz’altro un buon film ma l’Oscar gli sta un po’ largo. Ma è anche l’unico tra i film stranieri che ha avuto una quasi-distribuzione…
Prossimamente un commento sui premi più tecnici.
SWEENEY TODD
Gotico Grand-guignol con un Tim Burton cupo e macabro e un Johnny Depp mai così cattivo
Tim Burton SWEENEY TODD, Usa 2008
Con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen, Alan Rickman, Timothy Spall
Svolta parecchio tragica e cupa per Tim Burton, regista sempre in bilico tra la luce della speranza e le tenebre della morte nel raccontare i suoi antieroi tragici e marginali. Per la prima volta nella sua carriera va a pescare a Brodaway un musical di Stephen Sondheim creato nel 1979, che fa dimenticare per un momento i raggianti e colorati big fish e la fabbrica di cioccolato. Questa volta nell’immaginario Dickensiano di alienazione del regista non c'è ombra di speranza e consolazione, se non per la scena utopica in cui il personaggio interpretato da una sinuosa Helena Bohnam Carter fantastica sul suo futuro immaginandosi sposata e accasata: solo in quel momento le tinte grigie e color pece di una Londra tetra e monocromatica cedono il passo al mondo fantastico e variopinto che riporta per un momento al Burton più positivo e solare. Ma poi si ripiomba in un inferno senza speranza.
In una Londra triste e fumosa, scenografata ( come al solito splendidamente ) da Dante Ferretti, digitalizzata e volutamente “finta”; cartoonesca, si svolge la parabola gotica di un barbiere la cui unica ragion d’essere è la vendetta, da perpetrare ai danni di un giudice che gli ha usurpato una figlia, una moglie, la vita stessa. Impegnato a distruggere una città intera di puzzolenti e stolti borghesi che non si accorgono nemmeno di mangiare se’ stessi, Benjamin Barkler aka Sweeney Todd , il freak per eccellenza, con rasoi come mani – e scatta il parallelismo con le forbici di Edward anche se la eravamo in bel altri territori - non vede altro che odio e morte, e accecato dalla ferocia non si accorge di avere imboccato una strada senza ritorno, nonostante l’amore di una donna che cucina cadaveri per lui. Dietro la maschera, il solito Depp in una veste mai tanto feroce e agghiacciante, con uno sguardo inietttato di odio che gela il sangue e un’interpretazione tragica e carismatica che vive di vita propria, sicuramente l’asso nella manica del film e del regista stesso
Un musical a metà, non solo perché a differenza di quello classico qui le parti cantate sono comunque quasi sempre funzionali alla trama e in semplice sostituzione dei dialoghi, ma perchè latita di canzoni memorabili, - quelle veramente belle, ce ne sono un paio, sono corte e si sentono solo una volta -, non possiede quella perfetta alchimia tra visivo e sonoro, ad esempio di Moulin Rouge, ed è troppo discontinuo, con una prima parte in cui si canta quasi sempre seguita da una seconda in cui la musica è distribuita col contagoccie. DI conseguenza il ritmo ne risente, anche perché gli antagonisti mancano di mordente: il giudice di Alan Rickman, sfruttato poco e male, e il Pirelli di Sacha Baron Coen, che per esigenze di script non arrivà a metà tempo. Tutti difetti imputabili alla difficoltà di adattare l'originale ma che in qualche modo distrurbano e sporcano la visione rendendola non molto scorrevole. Sweeney Todd ruba la scena a tutto e tutti e solo il piccolo Toby – interpretato da Edward Sanders – riesce a tenergli testa. Questo comunque non basta a definire Sweeney Todd un adattamento fallito, anzi, macabro, grottesco e sarcastico, con i suoi colori saturi e contrastati, - il rosso vermiglio del sangue che constrasta sul grigio dei volti e il nero degli sfondi è uno spettacolo – , persino un po’ splatter, e con un finale davvero all’altezza della situazione – imperdibile la citazione della pietà - sarà stato forse leggermente sopravvalutato da qualche critico oltre il Pacifico ma è uno dei tanti piccoli gioiellini nella filmografia di un regista dentro la quale si incastra perfettamente come tassello nerissimo, in attesa, chissà, di futuri sviluppi
pubblicata su www.filmedvd.it
THERE WILL BE BLOOD
Alla ricerca di un nuovo classico, Paul Thomas Anderson realizza un impressionante e smisurato horror petrolifero che riprende il mito sempreverde del “mostro” capitalista e vittima di se’ stesso ( Quarto Potere docet ), con una prima ora da stato dell’arte assoluto, e un Daniel Day Lewis gigantesco
Paul Thomas Anderson THERE WILL BE BLOOD, Usa 2007
Con Daniel Day Lewis, Paul Dano, Kevin O’Connor, Dillon Freasier
There will be blood: un titolo che è una promessa, una constatazione. Sembra il nome di un film horror e un effetti il quinto lavoro di Paul Thomas Anderson, che finora non si era mai avvicinato al genere, un po’ horror lo è. Ispirandosi ad un tema fondativo di tutto il cinema americano, quello della personalità forte del singolo, della costruzione di un impero individuale, il regista di magnolia realizza basandosi sul racconto Oil! Di Upton Sinclair, a sua volta ispirato alla vita di un magnate del petrolio, un’opera imponente, grandiosa, affetta da manie di grandezza e talora epica.
La questione del self-made man delle origini portata ai suoi estremi distruttivi aleggia nell’opera generando inevitabili paragoni con quarto potere: non si parla però di un solo film ispiratore ma di un intero secolo di cinema che, nella mani, - e mente – di Anderson torna come un fantasma. Griffith, Huston, Ford, e persino Scorsese. Daniel Plainview, avido e furbo cercatore di oro nero che con il piccolo figlio adottivo H.W. scova i giacimenti sotterranei di piccole comunità contadine del New Mexico, è uno di quei tanti mostri dell’immaginario ( e non ) che fin dalle origini del capitalismo ( e del cinema ) erano li a ricordarci i lati più bui e spaventosi dei grandi imperi economici costruiti su fondamenta sotterranee inzuppate nel sangue. Petrolio come sangue, nella fotografia livida di Robert Elswit ( Malick, Lynch…) necessario da versare per alimentare catene economiche globali ed estese per miglia. Tutto in onore di un Dio denaro che è arricchimento fine in se’ stesso, come la dottrina puritana insegna, e allontanamento, isolamento totale dai rapporti sociali, conseguenza estrema dell’individualismo capitalista. Ma non si tratta di un dualismo puritanesimo-cristianesimo e nemmeno ateismo-religione. Giacchè anche Ely Sunday, giovane predicatore della chiesa della Terza Rivelazione interpretato da uno sgradevole Paul Dano, è simbolo di un’ideologia messa ingenuamente al servizio dell’arricchimento, un altro fantatismo tanto sgradevole quanto quello misantropo che muove Daniel: due personaggi molto simili e egualmente spregevoli e opportunisti, talvolta irrazionali, irrimediabilmente condannati a scontrarsi e distruggersi a vicenda perché mossi dagli stessi impulsi. Plainview abbatterà con disumana facilità tutti gli ostacoli tra lui e il successo; l’accidentale sordità del figlio, la concorrenza delle grandi compagnie petrolifere, l’ostilità dei paesani e gli incidenti; ma rimarrà incagliato allo scoglio più grande, se stesso e la propria furia autodistruttiva.
Imponente, there will bee blood è diretto da un Anderson che non ha paura di stancare lo spettatore con piani-sequenza e contrapposizioni ardimentose come quella tra i campi lunghissimi delle sterminate e aride colline del Texas e le inquadrature spesso strette e claustrofobiche degli interni, con la md.dp. incollata sul volto degli attori e una percezione dello spazio talora negata e alterata. Daniel Day Lewis è sempre al centro della scena e giganteggia su tutti con un altro personaggio out of border dopo Billy il Macellaio di Gangs of New York: una prova pazzesca la sua, che ricorda il De Niro dei tempi migliori, e probabilmente gli varrà l’Oscar. Un comparto tecnico da 10 e lode è completato dalla colonna sonora martellante e ossessiva, composta da Jonny Greenwood, che accompagna i momenti più significativi del film assumendosi un ruolo fondamentale; nella prima mezz’ora fa da contrappunto a quella che sembra una variante horror di tempi moderni con i pozzi petroliferi al posto della fabbrica, senza dialoghi per i primi 20 minuti. Ma efficace anche nell’agire per assenza, rendendo al meglio la sordità del figlio di Daniel semplicemente assumendone la prospettiva.
Tuttavia nonostante diverse sequenze da storia del cinema che valgono non una ma più visioni – basti solo quella dell’esplosione della torre, che da sola vale la “sopportazione” di tutti i 160 minuti “, e l'impatto epico e grandioso, il film di Paul Thomas Anderson non centra il capolavoro. La parte centrale, dopo la prima ora abbondante, accusa un certo calo di ritmo e in essa qualcosa non funziona come dovrebbe. Mi riferisco proprio al protagonista: sarebbe forse occorsa un pizzico di umanità in più nella sua storia e uno sguardo meno antropologico, freddo e distaccato, che irrimediabilmente allontana lo spettatore dal protagonista, e trasforma il film, nell’ultima parte, in un incubo folle e irrazionale che rischia l’esasperazione e la saturazione – di durata, dell’attenzione del pubblico -. Verso la fine, seppur la citazione, velata o meno, di quarto potere sia notevole, si ha l’impressione che la pur favolosa interpretazione di Lewis soffochi il personaggio stesso, trasformandolo in puro Jack Torrance esibizionista. Un film che comunque, pur perdendo qualcosa nel secondo blocco narrativo, emana a distanza un profumo di Grande Cinema a cui quasi quasi non eravamo più abituati, e lascia inevitabilmente il desiderio di essere rivisto ancora e ancora per carpirne tutta la complessità, e eventualmente per concedergli quelll’etichetta di capolavoro che ad una prima visione proprio non si riesce a scomodare.
BOX OFFICE: PARLAMI D'AMORE IN TESTA, MA SENZA ENTUSIASMI
Al di la’ dello scontatissino primo posto del film d’esordio di Silvio Muccino, stupisce leggermente in negativo il risultato non eccezionale. I numeri parlano chiaro: 3 milioni di euro abbondanti in quattro giorni in termini generici sono tanti, ma non per un film lanciato in 750 copie con una campagna di marketing senza precedenti per la 01 dostribution. Molti sono accordi a vederlo in queto weekend ma non tanti quanti scusa ma ti chiamo amore, e in questo avrà forse pesato il tema meno “leggero” rispetto a quest’ultimo ma forse anche una certa saturazione del filone. Pessima, da questo punto di vista, la scelta di far uscire così vicini nel tempo due film che hanno la parola amore nel titolo. Chiuso il capitolo Muccino, che comunque siamo certi sarà ben soddisfatto di questo risultato, da segnalare che la 01 fa il pieno anche con caos calmo, che gode di un buon passaparola e raggiunge i 3 milioni di euro abondanti in 10 giorni, con un calo del 30% circa. Terzo il francese Asterix alle olimpiadi, con una discreta tenuta ( altri 900.000 euro e stabile al terzo posto ), seguito da 30 giorni al buio e la guerra di Charlie Wilson, tutti incassi medi che registrano flessioni molto contenute. Sesto Scusa ma ti chiamo amore sul tetto dei 12 milioni totali per ora miglior incasso italiano del 2008, settimo into the wild che non finisce mai di stupire e a un mese dall’uscita continua a marciare lentamente verso l’obbiettivo dei 4 milioni di euro, confermandosi come un fenomeno di passaparola, che non ha premiato invece sogni e delitti, sulla soglia dei 4 milioni ma ben lontano dai fasti di match point. Il petroliere incassa 300.000 euro e ne esce dignitosamente al confronto con i pessimi risultati di away from her e lo scafandro e la farfalla, che finiscono per togliersi pubblico a vicenda in questo periodo in cui distributori scellerati gettano tutti assieme nel calderone i titoli più attesi dai cinefili. Finisce la sua corsa a 3 milioni cloverfiled, bocciato da un gradimento pari allo zero, mentre sfiora i 10 american gangster, terzo grande successo di questo primo 2008.
In Usa ottimo risultato di Jumper: nel weekend lungo del president day il film di Doug Liman ( in Italia tra due settimane in 400 sale ) incassa 34 milioni di dollari, ma si comporta bene anche step up 2, seguito del film con Antonio Banderas campione d’incassi, secondo con oltre 20 milioni. Non esaltante, invece, il fantasy the spiderwick Chronicles, ennesimo fantasy ad alto budget ( ma sempre meno de la bussola d’oro ) che apre con un risultato sotto le aspettative. Per il resto da segnalare le buone performance dei film da Oscar, Juno e il petroliere che con rispettivamente 120 ( record assoluto per un indipendente !) e 30 milioni, sono alcuni dei rappresentanti di un’annata in cui il pubblico ha decisamente premiato i film candidati. ( ma sarebbe più corretto il contrario, ovvero che tra i film candidati si è optato maggioramente per i film d’autore di maggior successo )
AWAY FROM HER - LONTANO DA LEI
L’amore nella terza età seconda Sarah Polley: poetico e sapiente il suo esordio alla regia, con una stupenda Julie Christie

Sarah Polley AWAY FROM HER, Canada 2006
Con Michael Murphy, Julie Christie, Gordon Pinsent
Away from her è un’esordio inconsueto. Prima di tutto perchè avviene da parte di un’attrice neanche ancora trentenne salita in questi ultimi anni all’attenzione del pubblico con una serie di scelte mirate: molte produzioni indipendenti – la vita segreta delle parole, il mistero dell’acqua -, un’horror – l’alba dei morti viventi – e una collaborazione con Wim Wenders – non bussate alla mia porta. Tutte pellicole che hanno messo in risalto l’intelligenza e oculatezza di scelte di questa giovane promessa. In secondo luogo per la scelta del tema da portare sullo schermo, quello dell’amore in età avanzata, da un racconto intitolato the bear come over the mountain di Alice Munro. Prodotto da Atom Egoyan, Lontano da lei è la storia di due conuigi felicemente sposati da oltre 40 anni la cui vita viene di colpo travolta da una malattia inaspettata. Fiona è colpita dall'ALzheimer, e Grant, dopo la decisione di lei di trasferirsi in una clinica, dovrà affrontare il graduale sbiadirsi dei ricordi della compagna e il suo attaccamento verso un altro “ospite” della clinica,
lontano da lei è un esordio che stupisce per delicatezza e maturità con la quale parla di un tema difficile: più che un dramma sul dolore di una lacerante malattia è una tenera storia d’amore, sentimento ostacolato dallo sbiadirsi dei legami per la sparizione di un passato condiviso: con il progredirsi – termine volutamente contradditorio, nella clinica il peggioramento dalla malattia corrisponde ad un’avanzamento di piano – della malattia i ricordi della donna man mano si affievoliscono, fino a raggiungere il temuto momento in cui lei non riconoscerà più la persona con cui ha vissuto gli ultimi 44 anni di vita. La bella sceneggiatura adattata dalla Polley riflette sull’importanza vitale dei ricordi nella dinamica dell’affetto umano e sull’angosciante senso di impotenza di chi li vede svanire senza poterli catturare. Un passato dal calore familiare e rassicurante, anche se afflitto da ombre e momenti bui, è il nostro unico punto di riferimento dinanzi ad un futuro incerto. Viene in mente a questo proposito eternal sunshine di Gondry, altro film sull’importanza di ricordare, nel bene o nel male. Ma lontano da lei parla anche della forza di un amore incondizionato, tanto grande da accettare il fatto che la felicità, a volte, non può essere condivisa, se non per pochi istanti.
Si vede che la regista esordiente ha bazzicato a lungo nel cinema indie, da come gesisce il dolore con sobrietà e misura, non senza humor, e il sentimentalismo, presente ma non dolciastro, piuttosto evocato cercando il lato poetico del vivere quotidiano e dosando le citazioni in modo sensato e funzionale. Difficoltà doppia dal tema della terza età, che al cinema ha spesso e volentieri generato patetici clichè, e qui invece è trattato con rispetto senza timore di mostrarne i lati inevitabilmente dolorosi. La Polley dirige invece con garbo e poesia sfruttando le distese innevate del Canada per una metafora della vita: lineare come il solco lasciato dagli sci di fondo o tortuosa e turbolenta come la discesa. Ma la verità sta nel mezzo, noi non possiamo scegliere uno stile di vita ma solo adattarci ad esso. Un’esordio compiuto e misurato, privo di melensagini o eccessi voyeurstici, che manca quasi totalmente di quell’eccessiva esuberanza di chi per la prima volta si affaccia sullo schermo, anzi al massimo away from her rischia porprio il contrario: è così preciso, misurato e cadenzato da rischiare talvolta la monotonia. Talmente modesta, la Polley, da non volersi nemmeno ritagliare un piccolo cammeo, forse spaventata dal confronto con un cast veramente strepitoso e di altissimo livello: Julie Christie, candidata all’Oscar, regala una performance che lascia il segno solo con lo sguardo, ma con i dovuti distinguo anche Michael Murphy se la cava, in un ruolo comunque difficile che gli calza a pennello. Away from her dimostra che al cinema si può essere romantici senza banalità e seri senza eccessi lacrimosi. Peccato che il film abbia raccolto la miseria di 30.000 euro al botteghino, meritava decisamente di più.
FOLLIE DISTRIBUTIVE
Con una distribuzione-record di 750 schermi ( 650 il campione cinetel ) Parlami d’amore monopolizza le sale e ancora una volta la distribuzione italiana dimostra la propria totale incuria e mancanza di rispetto per il pubblico pagante.
Questa settimana sono solo quattro i film in uscita sul grande schermo: Bene, verrebbe da pensare, pentiti dell’intasamento dello scorso fine settimana i distributori si sono messi d’accordo per sfoltire un po’ il numero di uscite. E invece no. Abbiamo un blockbuster come parlami d’amore di Silvio Muccino distribuito nella bellezza di 650 sale. Solo quello, nessun’altro film “commerciale”. Nemmeno ho voglia di te, manuale d’amore 2, natale in crociera e scusa ma ti chiamo amore ne hanno avute tante. Almeno in tempi recenti, è un record per il cinema italiano. Ma c’era davvero bisogno di tutte queste sale? Quelli della 01 avevano così paura di un flop da azzerare la concorrenza facendo uscire una valanga di film lo scorso weekend? Per la risposta, appuntamento con il botteghino del lunedì. Ma quello che lascia perplessi e sconfortati, è il trattamento riservato agli altri tre film che si affacciano – o quantomeno ci provano -, sul grande schermo. Il petroliere, film tra le altre cose candidato agli Oscar, ha la bellezza di 100 sale, peccato che vista la sua lunga durata ( 2h40 circa ), avrà uno spettacolo in meno per ogni sala, che ridurrà l’effettiva affluenza del pubblico. Ma vogliamo parlare di away from her – lontano da lei, che subisce una delle distribuzioni peggiori della stagione in corso con la bellezza di 28 sale? Un film tra l’altro presentato in anteprima ad un festival di casa nostra, quello di Torino, e poi affidato alla CDE, con questi risultati? Un’uscita a San Valentino? Figuriamoci, in Italia l’unico romanticismo accettato è quello piccolo-borghese di ragazzine post-adolescenti che se la fanno con i trentenni o viceversa, chi se la vede una storia d’amore tra due vecchiacci incartapecoriti (*) e malati di Alzheimer? E per finire, lo scafandro e la farfalla di Julien Schnabel, è in 63 sale. La somma di questi tre film non arriva a 200 sale complessive, meno di un terzo delle 650 del film di Muccino. E il bello è che il bollino di “ film di interesse culturale” la Raicinema l’ha applicato a parlami d’amore. Mentra la CDE, la Bim, la Buena vista non si sognano di farlo, perché il loro striminzito pubblico di cinefili incalliti, costretti a fare i salti mortali per non perdere nessuno di tre dei film più attesi della stagione tutti buttati alle ortiche nello stesso giorno, non ha bisogno di queste pseudo-etichette. Vivissimi complimenti e sentititi ringraziamenti ( ovviamente ironici )
* non fraintendetemi, non lo penso assolutamente, ovviamento è detto con ironia
BOX OFFICE: caos calmo al botteghino
Caos calmo in testa alla classifica italiana, in tutti i sensi: il mare di nuove, uscite ( ben 8!), mantiene discretamente alto l’incasso complessivo ( anche se è finora il weekend meno redditizio dall’inizio dell’anno ), ma penalizza il risultato di ogni singolo film. La pellicola con Nanni Moretti la spunta su tutti gli altri con 1 milione e mezzo di euro, grazie anche ad una generosa distribuzione: finalmente un film tricolore quantomeno interessante ad svettare la top 10, dopo di lui l’altra nuova entrata Asterix e le olimpiadi ( quasi 1.300.000 euro ), risultato mediocre considerando che è il film francese più costoso di tutti i tempi, ma Benigni non è più della partita da un pezzo. Al terzo posto scende scusa ma ti chiamo amore con un altro milione di parziale che lo porta a 11 totali, e si prepara a passare il testimone a parlami d’amore il 14 ( in 500 copie circa ). Sorprendente il quarto posto di 30 giorni di buio, che ottiene la miglior media per sala ( 4500 euro ) e quasi un milione di incasso, seguìto da sogni e delitti che sorpassa i tre totali. Deludente il sesto posto di la guerra di Charlie Wilson, solo 700.000 euro per un film con Julia Roberts e Tom Hanks nel cast!. Sfiora i 3 milioni complessivi il grande successo into the wild, con una tenuta esemplare, e raggiunge i 9 american gangster, decimo incasso stagionale, e crolla dalla seconda alla nona posizione cloverfield, che non è proprio piaciuto al pubblico italiano: il film prodotto da J.J: Abrams non raggiunge nemmeno i tre milioni di euro complessivi, risultando un vero fiasco su tutta la linea!
CAOS CALMO
Un’altra elaborazione del lutto per Nanni Moretti dopo “la stanza del figlio”. Un film dalle atmosfere leggere e rarefatte che non manca di notevoli punti di forza

CAOS CALMO di Antonello Grimaldi
Con Nanni Moretti, Alessandro Gassman, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Blu Yoshimi, Silvio Orlando
La morte della moglie Lara lascia Pietro Paladini solo a prendersi cura della figlia di dieci anni. Quando la accompagna al suo primo giorno di scuola le promette di rimanere li’ ad aspettarla fino all’uscita. Ma quell'attesa diventa una routine che porterà Pietro a diventare faccia conosciuta e confidente dei problemi altrui, sempre intorno alla stessa panchina
Caos Calmo: l’ossimoro contenuto nel titolo del film di Antonello Grimaldi, dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, ne racchiude tutto il senso e l’andamento: la storia di un uomo, professionalmente realizzato, che si trova di colpo ad affontare la morte della moglie da solo con la figlia piccola, è una parabola di elaborazione del lutto - Inevitabile il rimando a la stanza del figlio dello stesso Moretti -contraddistinta da una certa staticità narrativa, alla quale parallelamente si combina un certo dinamismo di sentimenti ed emozioni. L’ossimoro fa coppia col palindromo, altra figura retorica che sta a simboleggiare la reversibilità, ovvero in questo caso la possibilità di tornare indietro e vivere uno stesso evento una seconda volta. Il protagonista deve infatti rivivere quel momento di dolore naturale dopo una perdita che non è riuscito ad attraversare, e per farlo non può fare altro che fermarsi, e sedersi. Come Pietro Paladini afferma di muoversi, pur stando fermo, anche caos calmo è un lento con moto, che rotola su se stesso fino a raggiungere una meta precisa, quella dell’esorcismo del senso di colpa portato dall’assenza di dolore.
il film di Antonello Grimaldi segue un percorso preciso, contraddistinto da scelte stilistiche notevoli che evidenziano l’avvenuto passaggio di diverse fasi: come l’ambientazione notturna e cupa che anticipa il momento catartico-liberatorio nel quale Pietro esterna quel dolore da tutti atteso, o quella nevosa che marca la rinascita di un uomo nuovo e finalmente pronto a lasciare quella panchina-casa davanti alla scuola della figlia. Importanti tanto quanto quella variegata umanità di personaggi di cui Pietro diventa confidente, ognuno dei quali, nel bene o nel male, è per lui un piccolo aiuto verso la riconciliazione con se’ stesso. E’ come se mentalmente non ci si spostasse mai da quel giardinetto, più un luogo interiore che esteriore, per uscirne solo alla fine quando la bmw del protagonista lascia finalmente il suo posto auto. Caso calmo cade nelle trappole narrative che le storie cartacee di timbro psicologico tendono alle rispettive trasposizioni filmiche; non manca l’utilizzo un po’ didascalico della voce off – tutta la prima parte, con elenchi e citazioni varie, è poco riuscita - e la responsablilità riposta su Nanni Moretti è inevitabilmente troppo grande: c’è da dire però che l’attore-regista, che qui limita al minimo indispensabile le solite prediche, non se la cava poi malaccio, se non fosse per una scena di pianto veramente insopportabile. Ma la scelta di affrontare il tema del lutto con un timbro emotivo leggero e sospeso, in divenire, paga in profondità e gradevolezza, e quella di non tralasciare mai l’autoironia e lo humor– schietti e senza fronzoli i dialoghi - si addice al tono utopico-ottimistico che contraddistingue la gradevole galleria umana intorno a Pietro
Antonello Grimaldi fa tutto quello che può per sollevare l’impianto visivo del film dal livello fiction e in molti casi – fanno eccezione la sequenza del salvataggio e quella imbarazzante dell’amplesso Moretti-Ferrari - ne esce fuori dimostrando una padronanza e uno stile notevoli, aiutato da una colonna sonora varia e azzeccata – persino i Radiohead!.. - che dona vigore ad una narrazione con qualche giro a vuoto di troppo e da un cast veramente notevole, nel quale spiccano Alessandro Gassman, Valeria Golino e la piccola Blu Yoshimi, ma anche Roman Polansky in un piccolo ma incredibile cameo. Un film che solleva diversi dubbi ma a conti fatti supera l’esame.
recensione pubblicata su www.filmedvd.it
THERE WILL BE BLOOD: UNITEVI ALLA LOTTA PER UNA DISTRIBUZIONE MIGLIORE!!
LATO A
In questo momento di trionfo e rinnovato vigore per il cinema in sala, che, dati alla mano, nel nostro paese ha avuto un’annata appena passata semplicemente fantasica, non mancano però i problemi che ancora attanagliano gli esercenti e non: uno di questi , recentemente sottolineato dall’Anec, una delle principali associazioni italiane degli esercenti cinematgrafici. Gianluigi Della casa, uno dei suoi principali esponenti, punta il dito su una distribuzione italiana inadeguata agli standard europei: è quello di cui ci si lamenta da anni, ma sembra che poco o niente venga fatto per ovviare al problema degli ingorghi che si verificano nei mesi più freddi e gettonati, che si ripercuote con diverse conseguenze verso i soggetti più disparati
GLI ESERCENTI STESSI: i gestori delle sale, anche se multiplex, si trovano a dover affrontare un mare di uscite nel periodo che va, circa, da ottobre a marzo. Spesso in un solo weekend le mega-multisale da 10-15 o più schermi si trovano a dover sfoltire delle vere e proprie invasioni di uscite, che possono anche essere 7-8 in un fine settimana. Da qui la difficoltà di giostrarsi tra le differenti proposte, la necessità, specialmente per i multiplex da meno di 10 schermi, di operare una selezione che, se sbagliata, danneggia inevitabilmente la struttura. Vista la solo parziale prevedibilità delle attitudini degli Italiani nei confronti del grande schermo spesso scegliere un film al posto di un altro può voler dire una netta perdita di ricavi. Per contro, si ha un periodo che va circa da maggio fino a settembre-ottobre in cui 1-2 grandi uscite monopolizzano la proposta cinematografica, facendo si che i grandi multisala abbiano 2/3 delle loro sale mezze vuote, anche negli orari di maggior affluenza
GLI SPETTATORI: il pubblico pagante, specialmente se appassionato di cinema, si trova di fronte ad una scelta sterminata di titoli nella quale riesce difficilmente a orientarsi, vedendosi costretto inevitabilmente, per mancanza di tempo, a rinunciare ad andare a vedere al cinema film che magari spariscono nel giro di due settimane dalle sale, anche se vorrebbe farlo. Mentre al contrario, per tutta l’estate, oltre a quel misero paio di blockbuster, ha ben poco da fare. Come se la gente d’inverno non avesse niente di meglio da fare che andare solo al cinema, e d’estate niente di meglio da fare che andare al mare a prendere il sole
I FILM: ovviamente l’intasamento si ripercuote inetivabilmente anche sui film stessi, che in molti casi fanno meno bene di quanto potrebbero con una maggiore visibilità e una minore concorrenza. Spesso infatti una quantità di titoli eccessivi crea una cannibalizzazione tale che ogni film riscuote meno successo di quanto sia nelle sue potenzialità.
Prendiamo come esempio il weekend in corso: ben 8 i titoli in uscita, tra i quali Asterix alle olimpiadi, la guerra di Charlie Wilson, Caos calmo, 30 giorni al buio, l’innocenza del peccato, non c’è più niente da fare, tutta la mita vita in prigione.
Apparte il fatto che tutta la mia vita in prigione, non c’è più niente da fare, e l’innocenza del peccato, hanno subito il cosiddetto lancio-tappetino, ovvero una non-uscita ( il film di Chabrol, per dirne una, è in una sola sala in tutto il Piemonte, la mia regione ). Questo indipendentemente dalla qualità del film, perché la mia non vuole essere una crociata anti-spazzatura, ma un monito a rendere la distribuzione italiana più decente e democratica. Comunque, il risultato di questo scempio è che per ora, dati alla mano, nessuno di questi film sta andando bene in quanto ad incassi, e un film con Julia Roberts e Tom Hanks incassa la miseria di 400.000 euro. Complimenti, davvero”
E ora il lato B
Questo post è una segnalazione e un’appello: stanchi di traduzioni italiche vergognose, di distribuzioni dittatoriali, di film bellissimi e irraggiungibili, di cose oscene come se mi lasci ti cancello, svalvolati on the road, e recentemente il petroliere, una comunità di cineblogger, me compreso, si sta mobilitando per dare al cinema ciò che è del cinema. Un titolo è un titolo, porca miseria, un paratesto, una presentazione, un biglietto da visita, e poi non ditemi che l’apparenza non conta! Allora diamo il nostro contributo, facciamo sentire la nostra voce, perché tentare non costa niente, e indignarsi in gruppo è meglio che farlo da soli
E ora vediamo
Eternal sunshine of the spotless mind = se mi lasci ti cancello ( questo ormai ha fatto scuola, un cult e un’esempio da non seguire di cui si sono vergognati gli stessi traduttori )
My blueberry nights = un bacio appassionato ( ok anche il titolo originale è un po’ lezioso ma basta con questi baci e amori, bastaaaaaaa)
There will be blood = il petroliere ( ommioddio un titolo romanticissimo e pazzescamente evocativo banalizzato così noncipossocredereeee)
Walk the line = quando l’amore brucia l’anima ( un’altra delle traduzioni peggiori del mondo, cos’aveva il titolo originale che non andava, cosaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa??? Risultato? In Italia l’hanno visto al cinema la bellezza di 30.000 persone )
Wild Hogs = Svalvolati on the road ( ok il film sarà stato una schifezza con tutta probabilità ma il titolo è qualcosa di ignobile sembra scritto da un’ebete sotto effetto di anfetamine )
Cassandra’s dream = sogni e delitti ( non è bruttissimo come titolo ma il sogno di cassandra non era più bello ed evocativo?)
Mein Fuhrer = mein fuhrer-la veramente vera verità su Adolf Hitler ( tipico sottotitolo idiota per attirare del pubblico in più con l’onda del demenziale, espediente che normalmente fallisce, infatti incassi del film in Italia: non prevenuti )
Ps-I love you ps-i love you, non è mai troppo tardi per dirlo ( a questo punto già che c’erano poteva raccontare tutta la trama del film tipo nonèmaitroppotardiperdiretiamoquandoseimortidicancroepuoimandaredelleletteradalloltretomba. No comment )
Intollerable cruelty = prima ti sposo e poi ti rovino ( mamma mia questo è davvero tra i peggiori di sempre… )
Ma in fondo, a voler essere generosi qualche traduzione furba ogni tanto si trova, come ad esempio zodiac, american gangster, ah no scusate quelli erano gli originali, beh, ad esempio mi viene in mente sapori e dissapori ( no reservation ), carino come gioco di parole, oppure l’ombra del potere. Ma insomma, nel complesso siamo messi male. Forza, un’ultimo sforzo e cliccate sulla locandina sopra!!!
CINQUE PEZZI FACILI
FIVE EASY PIECES ( Bob Rafelson ), Usa, 1970
Con Jack Nicholson, Karen Black, Billy Green Bush,
Robert Dupea è un’operaio dei pozzi petroliferi che vive con la fidanzata Rayette, una cameriera. Quando scopre che il padre è ridotto ad uno stato semi-vegetale si mette in viaggio per la costa occidentale…
1970: siamo in piena ascesa della stella di Jack Nicholson, un’anno dopo easy rider, in piena caduta del sogno americano. Bob Rafelson, che dirigerà l’attore anche in il postino suona sempre due volte e il re dei giardini di Marvin, mette in scena per lo schermo una sceneggiatura aguzza di Carole Eastman, - sotto pseudonimo - e il risultato è uno dei più importanti esponenti di quel filone del cinema “contro” che solo pochi anni prima era iniziato. Robert, come se Nicholson non fosse mai sceso dalla sella della Harley, non ha radici che lo trattengano, si sente libero da quando ha lasciato la famiglia e una promettente carriera di pianista per partire all’insegna del vagabondaggio e del vivere inquieto. E’ uno sradicato, eccentrico e strafottente. Ha qualcosa, ovviamente, di tutti i personaggi che l’attore ha interpretato nel decennio dei ’70.
Cinque pezzi facili, a cui non manca neanche una parte della tipica struttura on the road, è una storia di libertà, di impossibilità di conciliazione con le regole base di una società, di sradicamento da un’albero genealogico troppo ingombrante, anche se, come in questo caso, la linfa vitale che vi scorre è un talento innato, quello di saper suonare il piano come pochi altri; ma Robert fugge proprio da questo, da un padre con cui non ha mai avuto un dialogo, una famiglia che non ha mai capito, forse una vita che non ha mai sentito sua. Rafelson racconta questa storia con una grandiosa prova registica, fatta di lunghi piani sequenza e, con un timbro emotivo ascutto, sospeso,tra il dramma e la commedia acida; stupendo l'utilizzo dei paesaggi dell'America rurale e della fotografia di Lazlo Kovacs, che aveva lavorato anche in Easy Rider, e diverse le sequenze da antologia: tra queste, quella in cui Robert, imbottigliato nel traffico, scende dalla sua auto per salire sul cassone di un camion che trasporta un pianoforte e si mette a suonare, il pazzesco piano sequenza che passa in rassegna tutto il suo albero genealogico mentre suona i Cinque pezzi facili di Chopin del titolo alla ragazza di suo fratello, con la quale ha una relazione furtiva, o la scena irresistibile in cui cerca inutilmente di ordinare un toast in uno squallido bar di provincia.
Come per Alex Supertramp la fuga è quella da una vita fin troppo “facile” – l’amore incondizionato di una ragazza, una carriera di pianista già scritta - , ma qui si trasforma nel mezzo per eprimere dissenso e ribellione nei confronti dei legami sociali, un rifiuto però individuale, non di un antieroe spavaldo e avventuriero ma di un uomo in fondo sensibile e schifato da una società rigida e noiosa che pare destinato ad una scelta obbligata, così come gli animali seguono i dettami imposti dal proprio corredo genetico. E così dopo la riconciliazione con il padre, nell’ultima, bellissima inquadratura, un tir carico di legname esce dal campo visivo e si allontana verso l’orizzonte: la destinazione, che sia L’Alaska di into the wild, nuova terra promessa di un’america sporca e disillusa, come scopriamo da una coppia di lesbiche a cui Bob da un passaggio a metà film, o la terra di nessuno di easy rider, poco importa. Verso quell’oltre che nessuna cinepresa potrà mai riprendere c’è un’utopia, un sogno, un limbo.
Jack Nicholson , giustamente nominato all’Oscar assieme al film e alla sceneggiatura, produce qui una delle sue interpretazioni più misurate e credibili. Il suo contributo, oltre a quello non trascurabile di un’irresistibile Karen Black, è fondamentale per un film che, come Sean Penn sa bene, non si può dimenticare
CLOVERFIELD
Un film che fingendo totale veridicità fa in reltà riflettere sul meccanismo cinematografico dell’identificazione e della memoria virtuale, rivoluzionando un genere, ma non solo. Potente Roller-coaster
Matt Reeves, Usa, 2007
Con Lizzy Caplan, Jessica Lucas, Mike Vogel
La campagna promozionale di cloverfield sembrava basata sulla sceneggiatura di Lost. Dettagli snocciolati col contagoccie, segretezza assoluta prima dell’uscita americana, diffusione dei celeberrimi viral in giro per la rete: un modo di stuzzicare l’attesa del pubblico che ha scatenato divertenti dibattiti di internettiani sulla natura del presunto mostro che avrebbe raso al suolo New York, sempre che di tale si trattasse.. Persino il titolo del film non era affatto certo pochi mesi prima della release cinematografica. Fin dal modo in cui questo partticolare disaster-movie è stato presentato si vede lo zampino del creatore della serie tv più innovativa e fortunata ( e furba ), degli ultimi anni, quello J.J Abrams che, ricordiamolo, era reduce da un mezzo fiasco cinematografico quale mission impossible 3. La tentazione di liquidare cloverfield come un abile mossa di marketing che ha raccolto i suoi frutti con il weekend d’esordio negli Stati Uniti è forte, ma sbagliata. Abbiamo prima di tutto un modo originale di raccontare una storia già vista mille e ancor più volte, ma soprattutto, più che un blair witch project catastrofico, un’operazione realizzata da assoluti professionisti del settore che dietro la natura fintamente amatoriale delle riprese nascondono qualità tecniche – fotografia, regia di Matt Reeves, l’operatore di macchina – eccezionali, e persino effetti speciali sbalorditivi, considerando i "soli" 25 milioni di budget
Parte tutto da un’inganno. Noi spettatori dovremmo far finta di credere si tratti davvero di gente comune che riprende per caso un’evento terribile e inaspettato. Dovremmo evitare di pensare che una videocamera è fragile e di solito se cade per terra una, due, tre volte si rompe, che le pile si scaricano, che in una situazione di panico totale qualsiasi persona sana di mente la getterebbe via per mettersi a correre a gambe levate. Dovremmo credere che l’evidentissima e collaudata struttura dello script si sviluppi in modo istantaneo. Eppure funziona: proprio le elevate doti tecniche del film garantiscono veridicità totale: come a dire che per fingersi pessimi registi bisogna essere registi notevolmente dotati, e sfruttare il classico compromesso con lo spettatore di sospensione dell’incredulità. Dal punto di vista tecnico-fotografico questo è un film tutt’altro che amatoriale. Dietro quell’immagine da videocamera instabile e traballante ci sono in realtà movimenti studiati alla perfezione. La storia di un gruppo di ragazzi come tanti che vedono dai loro occhi un evento catastrofico e epocale sa di autentico, fin dalla prima e lunga parentesi di presentazione dei personaggi. Perché l’occhio di una videocamera è un occhio cieco, a differenza del narratore omnisciente del film tradizionale che ha totale controllo sulla materia narrativa. Cloverfield da’ invece la sensazione di totale impotenza del punto di vista spettatoriale sullo svolgersi degli eventi, mettendo a nudo con la frustrazione del non-spiegato che provoca la mancanza di un narratore omniscente tradizionale, violando la natura fin troppo rassicurante e spiegata di questo genere di film, nonostante a ben vedere, in realtà, non ci sia nulla di realmente originale. Molti infatti sono gli espedienti per mostrare elementi spettacolari fingendone la casualità: dalle riprese dall’elicottero, simulacro di quello che è tradizionalmente il classico campo lunghissimo oggettivo, alle “casuali” prove da superare che i protagonisti incontrano sul loro cammino. E’ proprio questo modo di aggirare, senza negarla, la banalità di un filone logoro che convince. Senza contare che estrapolando alcuni dei temi proposti dal film, - il voyeurismo pornografico della generazione di youtube, le angoscie post 11-settembre, l’enorme e inutile dispiego di bombadramenti dell’esercito americano -, ne verrebbe fuori un’interessante trattato di sociologia spicciola. Ma anche interessante e notevole è l’utilizzo di frammenti di video pre-registrato come sostituti del flashback: in realtà si tratta di poche scene, che suggeriscono però un piano di lettura non trascurabile, quello della memoria digitale come protesi fisica di quella umana, un’aiuto sempre più indispensabile per mantenere vivi ricordi impossibili, o difficili da portare alla luce. QUando non la sostituisce totalmente, come nel finale, in cui lo spegnersi della videocamera sancisce inevitabilmente la fine di tutto, di una realtà che esiste solo più nel filmato stesso, ricordi compresi, un mondo virtuale che si è "inglobato" quello reale
Forse un uso più intelligente del fuori campo e del gioco vedo-non-vedo avrebbe reso il film più angosciante; dopo la prima parte di attesa angosciosa la scelta di mostrare un po’ troppo nella seconda rischia di banalizzarlo. Ma a quel punto il coinvolgimento e l’attenzione sono già ottenuti, nel complesso quindi cloverfiled non cade nella trappola, è potente e stordisce – un po’ come un giro sulle montagne russe, con identiche controindicazioni, visti anche i diversi casi di malori segnalati anche qui in Italia, - ma che vi si veda una metafora della guerra in Iraq o un semplice e inutile esercizio di stile, la sua efficacia, la sua voracità e la sua potenza sono innegabili. E forse non isolati: infatti Redactec, Rec, Diary of the dead…. Dimenticatevi i tronfi indipencende day e godzilla, diffidate delle stroncature, fin tropp facili. I difetti non mancano, ma vedere cloverfield è un’esperienza notevole, assolutamente da provare.
BOX OFFICE: MOCCIA MANTIENE SALDAMENTE IL COMANDO
E Moccia fu: nonostante il mare di nuove uscite scusa ma ti chiamo amore mantiene saldo il comando primeggiando con 2 e 600 mila euro e un calo non eccessivo ( 44%), che denota un passaparola decisamente migliore rispetto a ho voglia di te, che crollò al suo secondo weekend. La media per sala è ancora alta, di 5000 euro circa, e il totale è di già 9 milioni, insomma aspettiamoci tanti altri romanzi di Moccia e altrettante trasposizioni filmiche. Buon secondo posto per Woody Allen, che con il suo sogni e delitti raccimola 1.700.000 euro confermando il seguito di cui gode nel nostro paese, solo terzo cloverfield, con un incasso di circa 1 milione e mezzo. Parrebbe un dato non troppo positivo, ma la distribuzione è stata inspiegabilmente ingenerosa ( meno di 300 sale ), e la media per sala è la più alta della top ten. Va come un treno american gangster che, quarto, non accenna a rallentare e con un altro milione di euro ne intasca 8 in totale, seguito da into the wild che incrementa il suo incasso e raggiunge i due milioni in 10 giorni confermandosi come una grande e piacevole sorpresa al botteghino. Ultima nuova entrata ps I love you. Quinto con mezzo milione circa, forse troppo “serio” per il nostro pubblico che di commedie romantiche va a vedere solo più quelle di casa nostra. Cali contenuti per gli altri film, io sono leggenda si avvicina ai 14 milioni, alien vs predator 2 e l’allenatore nel pallone 2 crollano fuori dalla top ten. E la prossima settimana ancora cinema italiano sugli scudi con caos calmo, e in alternativa la guerra di Charlie Wilson e Asterix alle olimpiadi
FINO ALL'ULTIMO RESPIRO
AU BOUT DE SOUFFLE ( Jean-Luc Godard ), b/n, Francia 1960
Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Roger Hanin
Michel Poiccard è un ladro di automobili che, inseguito da un poliziotto, è costretto ad ucciderlo. In seguito si reca a Parigi presso un amico che gli deve dei soldi dove incontra una sua vecchia fiamma di nome Patricia; la ragazza inizialmente è titubante, ma poi si fa sedurre dall’uomo e viene coinvolta nella sua fuga dalla polizia.
Godard ( regia ), Truffat ( sceneggiatura ), Chabrol ( supervisore). Tre dei nomi più importanti della storia del cinema francese riuniti in un solo film, hanno generato nel 1960 un capolavoro ineguagliato: manifesto della Nouvelle Vague, movimento cinematografico sorto in Francia alla fine degli anni ’50 con l’obbiettivo di rifondare i principi dominanti del cinema di massa che cercava un’immediatezza in grado di rompere le regole formali stabilite sino a quel momento, prendendo in parte spunto, dal punto di vista produttivo, dal neorealismo italiano.
Un’opera destinata a segnare fortemente la storia del cinema con alcune imposizioni e volute infrazioni della grammatica filmica, che rompono volutamente la scorrevolezza del film: gli sguardi in macchina , come quello finale di Jean Sartre e gli ammicamenti allo spettatore di Jean Paul Belmondo, la macchina da presa “fluttuante”, il montaggio innovativo e strafottente verso le regole di quello proprio del cinema classico, colonna sonora e colonna visiva che entrano in conflitto, raccordi volutamente tralasciati e rapporto spesso incoerente tra storia e racconto, con lunghi dialoghi dilatati all’inverosimile e scene movimentate narrate ellitticamente, sono alcune coordinate dell’abecedario del film di Godard che rappresenta un vero e proprio manuale dell’anarchia cinematografica, della regia totalmente indipendente e svincolata dalla materia narrativa. Numerosi inoltre i riferimenti meta-cinematografici presenti nel corso dell’opera a completare il sottotesto di una pellicola che esiste prima di tutto come tributo al cinema stesso e alla sua forma. L’omaggio al genere noir tipicamente Statunitense permea tutta l’opera con gli ammiccamenti di Jean Paul Belmondo ad Humprey Bogart, e il plot stesso richiama questo genere fino al finale tipicamente negativo: ma l’omaggio è diretto allo stesso cinema francese e perfino alla Nouvelle Vague stessa ( ad esempio hiroshima mon amour, altro capolavoro nella Nouvelle Vague di cui un cinema espone il manifesto ).
Il plot è immediato, spesso improvvisato. la coppia formata dai due protagonisti pare vivere in un limbo, come identità vaganti in equilibrio precario, in attesa di qualcosa o qualcuno, che potrà essre l’amore, il dolore, il nulla o la morte. Si uccide, si scappa, si muore, come per gioco. Fino all’ultimo respiro, grazie alla sua innovazione stilistica, è stato anche uno dei film europei più in grado di esprimere l’angoscia di vivere e il desiderio di rottura di un’intera generazione, analogamente a capolavori come easy rider ( anch’esso citato ) e la rabbia giovane, la cui innovazione era però più tematica che formale. Accolto con grande successo, il film diede al suo protagonista Jean-Paul Belmondo lo statuto di attore-personaggio culto nell’ambito generazionale, una sorta di James Dean all’europea. Ancora oggi suadente e sensuale, ineguagliato nella sua capacità di rendere eroticamente pulsante il cinema stesso, alla pari dei corpi che esibisce. Imperdibile.
CASSANDRA'S DREAM - sogni e delitti -
Woody Allen torna a pescare nel torbido ma questa volta non gli riesce del tutto il colpaccio
CASSANDRA’S DREAM ( Woody Allen ), Gran Bretagna 2007
Con Ewan McGregor, Colin Farrell, Claire Higgins, Tom Wilkinson
Sogni e delitti - crimini e misfatti. I furbastri traduttori della Filmauro, sostituendo così il ben più evocativo il sogno di cassandra hanno colto l’analogia con quello che rimane uno dei capolavori del cinema di Woody Allen, regista che col passare degli anni invece di rallentare diventa sempre più prolifico. Allen si ripete, lo sappiamo bene. Dopo il periodo “ leggero”, il successo di match point, che anch’esso altro non era che una rielaborazione – ma di che classe! - , dell’eterno mito dostojevskiano del delitto+castigo, ha partorito un altro piccolo deja-vu su pellicola in cui per la prima volta – sempre in riferimento al suo cinema sia chiaro -, l’omicidio è un gioco di coppia, quella composta dal duo Farrell-McGregor, entrambi alla loro prima collaborazione col regista newyorkese. I due ragazzacci, entrambi professionalmente non-realizzati e in cerca di guadagni facili, ricevono la “proposta indecente” da uno zio in difficoltà che potrebbe sistemarli per sempre, economicamente e sentimentalmente. Ma le bugie hanno le gambe corte e il fratello più sensibile dei due lo sperimenterà a sue spese.
Ancora delitti e passioni insomma, con queste ultime che in realtà rimangono per lo più sullo sfondo, anche se fungono da motivatori. Ancora sensi di colpa logoranti che mettono l’uomo di fronte alla consapevolezza che un’atto orribile, scoperto o meno, trova sempre la sua resa dei conti, e ancora fortuna e caso come fattori determinanti nella vita degli uomini. Come variante di un copione non nuovo cassandra’s dream è anche piacevole; la messincena classica ed elegante, senza sbavature, il soundtrack significativo d Philip Glass, la Londra ben fotografata da Vilmos Zsingmond, il buon lavoro sugli attori.
Ma manca il mordente necessario per spiccare quel salto in alto che aveva fatto di match point un nuovo classico. Il lavoro di sceneggiatura sui personaggi non è efficace come dovrebbe nel rendere credibile la solita coppia di opposti-complementari, due facce di un’unica personalità: non si crede ad un Ewan McGregor freddo e cinico e ad un Colin Farrell fragile e sensibile, e alcune della tappe topiche della vicenda avvengono in modo frettoloso e superficiale, nonostante un ritmo nel complesso molto lento e cadenzato. Se qualcuno aveva criticato il precedente dramma del regista per il suo essere quasi troppo perfetto e calcolato, qui c’è il rovescio della medaglia: più che costruito, sogni e delitti è forzato. Le motivazioni non sono sempre coerenti – per dirne una, perché un’uomo lucido e calcolatore, per quanto innamorato, dovrebbe rischiare la galera a vita per una donna che definire promiscua giusto per non risultare volgare? –, la loro caratterizzazione è distaccata, distante, e le loro decisioni paiono prese più da una sceneggiatura che devono sforzarsi di accontentare. Non convince poi il finale improvviso e inaspettato, che invece di dare una botta di adrenalina ad una vicenda fino a quel momento abbastanza prevedibile, lascia decisamente a bocca asciutta. Dal punto di vista attoriale la coppia di protagonisti se la cava discretamente, meglio invece stendere un velo pietoso sui personaggi femminili.
Ma a Woody Allen non si può voler bene, e basta anche solo qualche piccolo dettaglio –la sequenza dell’omicidio, quella in casa di Burns realizzata quasi tutta in una sola ripresa con profondità di campo, o ancora il ruolo dato alla barca del titolo, che diventa un’elemento praticamente fondamentale nella narrazione in modo decisamente intelligente -, per non uscire dalla sala con la voglia di farsi ridare i soldi spesi.



